14 novembre 2018
Aggiornato 06:00

La manina dei tecnici del ministero infila un articolo nel decreto (ma Conte li scopre)

Eccoli all'opera, quei funzionari tanto criticati dal M5s. Avevano scritto due righe nel dl fiscale che aumentavano da 15 a 28 milioni i fondi al commissario Cri
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (Angelo Carconi | ANSA)

ROMA – Di fronte a notizie del genere, viene davvero difficile dare torto a Rocco Casalino. E in particolare a quell'audio rubato in cui il portavoce del premier minacciava i tecnici del ministero dell'Economia, al grido di «O trovano i soldi, o li cacciamo tutti». Già, perché i famosi burocrati di via XX settembre, quelli che restano saldi sulle loro poltrone anche ai cambi di governi e di ministri, quelli ormai talmente inseriti nei gangli del sistema da aver sviluppato un potere spesso superiore addirittura a quello dei politici, i soldi li trovano facilmente. Quando vogliono. Anche se nessuno, ufficialmente, glielo ha chiesto.

Fondi (quasi) raddoppiati
La dimostrazione emblematica viene da un caso scoppiato domenica, nel preconsiglio dei ministri alla vigilia dell'approvazione del decreto fiscale. È stato proprio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quella sera, a scoprire, ben nascoste nelle bozze del provvedimento, due righe intitolate «Disposizioni urgenti relative alla gestione liquidatoria dell’Ente strumentale alla Croce rossa Italiana». Un articolo, il numero 23, che nessun ministro sostiene di aver chiesto, ma che è tutt'altro che irrilevante: porta infatti da 15 a 28 milioni all'anno i fondi assegnati alla struttura del commissario liquidatore. E qui si sollevano i sospetti, perché il commissario in questione non è una persona qualunque, ma Patrizia Ravaioli, ex direttore generale della Croce rossa, ma soprattutto moglie di Antonio Polito, già senatore del Pd e oggi influente vicedirettore del Corriere della Sera. Che afferma candidamente: «Di quell’articolo non so nulla».

Arrivano le spiegazioni
Questa vicenda, ben poco chiara, è ricostruita nei dettagli dal Fatto quotidiano. Il premier Conte vuole andare in fondo alla questione e si impunta: pretende che salti fuori la manina che ha infilato nel decreto quell'articolo, di cui nessun ministro sapeva nulla. Alla fine qualcuno ammetterà che a scrivere la norma è stata proprio la Ragioneria generale dello Stato. Questo qualcuno è Roberto Garofoli, già capo del legislativo con D'Alema e Prodi, poi segretario alla presidenza del Consiglio con Enrico Letta, e ancora capo di gabinetto dei ministri Patroni Griffi, Padoan e oggi di Tria. Esatto: proprio uno di quei tecnici del ministero dell'Economia messi nel mirino da Casalino e da altri esponenti del Movimento 5 stelle, il cui potere è tale da scrivere norme di legge anche all'insaputa dei politici. Stavolta il testo non è stato approvato. Ma solo perché il presidente del Consiglio in persona se n'è accorto...