20 ottobre 2018
Aggiornato 09:00

Giovannini: «Di Maio ha torto, la povertà non è stata abolita»

L'ex ministro del Lavoro del governo Letta commenta al DiariodelWeb.it il reddito di cittadinanza: «Dare soldi fa bene, ma non basta: ci vogliono servizi»

Enrico Giovannini, portavoce Asvis, ieri mattina ha presentato alla Camera il vostro rapporto sullo sviluppo sostenibile. Sull'Italia avete riscontrato un miglioramento degli aspetti ambientali, ma sul fronte economico, occupazionale e di distribuzione della ricchezza rimaniamo molto indietro.
Sì, in effetti la crisi ha colpito duramente e ancora non si vedono segnali di ripresa, anzi. Con la risalita del Pil negli ultimi due anni la povertà e le disuguaglianze sono aumentate: dunque la crescita, da sola, non basta. In alcuni ambiti, come lei diceva, sono stati compiuti dei passi in avanti: per esempio, sulle energie rinnovabili, anche se con la ripresa produttiva abbiamo ricominciato ad emettere, anche più di quanto sia aumentata la produzione. È evidente che l'Italia non sia su un sentiero di sviluppo sostenibile, tenendo conto dei fattori economici, sociali, ambientali e istituzionali. Per questo c'è urgenza di cambiare direzione, usando investimenti e regolamentazione, verso i 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile firmati dall'Italia e da tutti i paesi dell'Onu nel 2015.

Quello che mi colpisce del suo discorso è che lei ha riscontrato un interesse verso questi temi da parte dell'imprenditoria, della cultura, della società, mentre manca la politica. Proprio come accade in tanti altri ambiti.
Come lei dice giustamente, manca la politica con la «P» maiuscola. Il che non vuol dire che non siano stati fatti interventi: per esempio, finalmente, l'inserimento nell'ordinamento italiano del reddito d'inclusione, per lottare contro la povertà, e poi vedremo il cosiddetto reddito di cittadinanza. Ma altri provvedimenti sono andati in direzione opposta. Quello che altri Paesi sono riusciti a realizzare in questi tre anni, al contrario di noi, è una visione integrata delle diverse politiche. Per questo abbiamo proposto l'inserimento dello sviluppo sostenibile tra i principi generali della Costituzione, e oggi siamo lieti che una legge di riforma costituzionale sia stata nuovamente presentata in questo parlamento. Dall'altro lato chiediamo che palazzo Chigi assuma veramente un ruolo di coordinamento in questa direzione: dunque lunedì, quando incontreremo il presidente del Consiglio Conte, chiederemo di dare attuazione alla direttiva firmata dal suo predecessore, che costituisce una commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile, con tutti i ministri, le Regioni, le Province e i Comuni. E poi che si cambi nome al Comitato interministeriale per la programmazione economica, chiamandolo Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile, perché questo implicherebbe un cambiamento nei criteri con cui si decidono gli investimenti pubblici.

Ha parlato di un sensibile peggioramento della questione della povertà. Eppure qualche giorno fa, alla presentazione del reddito di cittadinanza che lei stesso citava poc'anzi, il ministro Di Maio ha fatto un'affermazione molto forte e criticata: «Abbiamo sconfitto la povertà». Cosa pensa di queste parole e, più in generale, della misura presentata dal governo?
Quand'ero ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Letta istituii il primo strumento per lottare contro la povertà: il sostegno per l'inclusione attiva, che poi è diventato il reddito d'inclusione. La povertà non è solo assenza di reddito, soprattutto in una situazione come quella italiana in cui oltre cinque milioni di persone sono in povertà assoluta e, di queste, 1,3 milioni sono minori: la povertà è abbandono scolastico, è mancanza di cure mediche... Per questo, fin dall'inizio, come avviene in altri Paesi, non bisogna concentrarsi solo sul trasferimento monetario, che pure naturalmente fa bene, ma sulla presa in carico delle famiglie nel loro complesso. Ed è in questo senso che spero che il cosiddetto reddito di cittadinanza, che non è un reddito di cittadinanza perché giustamente è limitato solo a chi è in condizione di povertà, sia accompagnato da misure di servizi sociali. È qui che l'Italia è maggiormente in difficoltà, perché si tratta di coordinare le attività di assistenza sanitaria, di reintegro di chi abbandona le scuole, e i servizi per trovare lavoro. Questo è estremamente complesso, perché i primi dipendono dalle Regioni, i secondi dai Comuni, i terzi di nuovo dalle Regioni, e poi c'è lo Stato: serve una modifica profonda del modo in cui le istituzioni ai diversi livelli interagiscono tra di loro. Quindi purtroppo direi che l'eliminazione della povertà è ancora un obiettivo da perseguire con persistenza e impegno, ma purtroppo non è stata sconfitta.

Il governo sostiene che il reddito di cittadinanza sarà anche una misura per reinserire le persone uscite dal mondo del lavoro. Ha fatto giustamente notare che serve una riforma complessiva dei centri per l'impiego, che sono in situazione disastrosa, come saprà bene essendo stato ministro. Lei crede in questo piano? Davvero questo sistema sarà in grado di fornire, ai cinque milioni di persone che percepiranno il reddito di cittadinanza, tre proposte di lavoro a testa, che fanno quindici milioni di proposte totali?
Bisogna vedere i provvedimenti, perché detto così è estremamente difficile da giudicare. Le faccio alcuni esempi. In Italia abbiamo circa 8 mila dipendenti nei centri per l'impiego, e molti di essi hanno contratti essi stessi a tempo determinato. In Germania ce ne sono 100 mila. Vogliamo arrivare al loro livello o, come il precedente governo aveva immaginato, dare dei voucher ai disoccupati che possano poi essere utilizzati anche presso le agenzie private per il lavoro? Seconda domanda: sappiamo che al nord i centri per l'impiego funzionano abbastanza bene; al sud no, e non solo perché manca il lavoro, ma anche per l'assenza del settore privato in questo campo. Come facciamo a far recuperare al sud il distacco dal nord, non semplicemente assumendo tante persone, se non sappiamo che tipo di proposte fargli fare? Il mercato del lavoro è un tema molto complesso e, senza una domanda di lavoro, non c'è offerta da parte delle imprese. È qui dove il tema della crescita economica, della riconversione ecologica, dell'efficientamento dei servizi, dell'apertura di nuove imprese, diventa così fondamentale. Chiaramente, con una crescita del Pil intorno all'1%, alla luce anche dell'arrivo dei robot e della crescente automazione, non ci saranno abbastanza posti di lavoro a disposizione delle persone. A meno che non si faccia un intervento di riconversione profonda della nostra economia e di formazione delle persone, perché il mercato creerà tanti nuovi posti, ma bisogna preparare i lavoratori a quei tipi di lavoro. Questa, di nuovo, è una difficoltà del nostro Paese: le imprese investono pochissimo in formazione, il settore pubblico spesso spreca i soldi, e c'è il solito problema delle competenze che in molti casi sono regionali invece che nazionali. Quindi il governo dovrà discutere a fondo con le Regioni e con i Comuni come questo sistema possa e debba essere riformato.

In una situazione come quella che ha appena descritto, nei giorni scorsi l'Istat, di cui lei tra l'altro è stato presidente, ha dato un tasso di disoccupazione al 9,7%, al minimo da gennaio 2012. Come legge questo dato, che sembrerebbe favorevole?
Non è sorprendente. È una buona notizia, naturalmente: anche se, come è già stato fatto notare, è in parte influenzato dall'aumento del numero di inattivi. Cioè delle persone che, forse scoraggiate dal fatto di non trovare lavoro, neanche lo cercano più, quindi non sono contate tra i disoccupati. Il punto, però, è più complesso, ed è sistematicamente ignorato dai media. Secondo gli standard internazionali, che l'Istat giustamente segue, una persona è considerata occupata se fa almeno un'ora di lavoro retribuito nella settimana di riferimento. L'Istat però pubblica anche degli altri dati, relativi alle unità di lavoro: cioè compatta le ore lavorate, secondo uno standard, per fare cifra tonda diciamo 8 ore al giorno. E, se andiamo a guardare questi dati, la situazione del mercato del lavoro è molto meno favorevole. Infatti, se in termini di numero di occupati siamo tornati ai livelli pre-crisi, siamo più di un milione di unità di lavoro sotto quel livello. Questo vuol dire che molto di questo lavoro che è stato creato, e che quindi formalmente ha spostato persone dalla disoccupazione all'occupazione, è in realtà parziale, frammentato, retribuito in modo insufficiente per rispondere ai bisogni di una persona o della sua famiglia. Certamente la riduzione del tasso di disoccupazione è una buona notizia, ma su questo c'è ancora tantissimo da fare: molti dei lavori creati sono, come si dice in gergo, lavori poveri, o in generale non soddisfano le esigenze minime.

Un tempo c'era chi diceva «lavorare meno per lavorare tutti», ma non so se funziona proprio così...
Non funziona esattamente così, soprattutto in una situazione in cui c'è una forte pressione concorrenziale di ribasso del costo del lavoro. Ma questo, appunto, è figlio di quell'impostazione di cui parlavo prima: se le imprese cercano competitività semplicemente tagliando il costo del lavoro, che rappresenta il 20-30% dei costi complessivi, invece di usare le tecnologie per tagliare le spese per materie prime o per prodotti intermedi, secondo il modello dell'economia circolare, è chiaro che non andremo molto lontano. La buona notizia è che la tecnologia, oggi, consente di fare questo salto, ma ancora poche imprese lo stanno facendo.