16 ottobre 2019
Aggiornato 13:30
Unione Europea

Brexit, si può aprire la strada a un secondo referendum

Ma si può davvero fare? Tutti ne parlano ma nessuno dei politici britannici sembra volerlo davvero. Facciamo il punto

Foto di repertorio
Foto di repertorio ANSA

LONDRA - Il negoziato con Bruxelles langue, il governo litiga e le prospettive economiche, tra rischio di crollo immobiliare e fuga delle banche dalla City preoccupano i britannici. Per questo il tema, già sollevato all'indomani della prima consultazione e subito tacitato è stato rilanciato nei giorni scorsi dai sondaggi secondo cui gli iscritti ai sindacati britannici sarebbero nettamente favorevoli: un secondo referendum per confermare o smentire il voto di giugno 2016, che ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea, da tenersi prima (o piuttosto dopo) dell'ufficializzazione del divorzio il prossimo 29 marzo. Ma come nella pratica potrebbe funzionare il secondo voto? Il governo britannico ha escluso a ripetizione una seconda consultazione, il partito laburista lo ritiene molto improbabile, anche se il suo ministro ombra per la Brexit, Sir Keir Starmer, ha detto di voler tenere «tutte le opzioni sul tavolo», nel caso in cui il Parlamento bocci l'accordo sulla Brexit tra Londra e Bruxelles o si vada a un divorzio non consensuale, il cosiddetto scenario «no deal».

Il governo che dice?
Per Downing Street il referendum non si farà in «nessuna circostanza», qundi a meno di una straordinaria giravolta della politica i britannici non avranno la possibilità di esprimersi una seconda volta, punto e basta. Il referendum va indetto con un voto parlamentare: se all'interno di entrambi gli schieramenti, conservatore al governo e laburista all'opposizione, ci sono espliciti sostenitori di un secondo voto, questi non rappresentano certamente una maggioranza di deputati. E anche nel caso in cui deputati e Lord siano d'accordo in linea di principio su un secondo referendum, il processo legislativo per il varo della consultazione potrebbe andare per le lunghe. Il Parlamento dovrebbe approvare regole dettagliate per la tenuta del voto e le norme per la campagna referendaria.

I tempi e le modalità
Nel 2015 ci vollero sette mesi perchè il Parlamento licenziasse le norme relative al primo referendum nel 2015, altro tempo per varare i regolamenti aggiuntivi, in aree come la registrazione dei voti. In teoria sarebbe possibile copiare le norme del 2015, ma non è detto che questo farebbe risparmiare molto tempo. C'è poi la campagna elettorale da considerare. L'ultima volta tra l'annuncio della data del voto da parte del premier David Cameron, a febbraio 2016, e il referendum, il 23 giugno, trascorsero quattro mesi. La Commissione elettorale ha raccomandato un lasso di tempo di alemno sei mesi tra il varo della norme referendarie e la tenuta della consultazione, in modo da poter registrare le varie campagne, insediare i funzionari per il conteggio dei voti e informare gli elettori sulle modalità del voto. 

Il Regno Unito dovrebbe lasciare l'Ue a marzo 2019
Quindi, sommando i tempi legislativi e i tempi della campagna, non sarebbe possibile tenere un secondo referendum prima che il Regno Unito lasci la Ue a marzo 2019, secondo quanto previsto dal dettato dell'articolo 50 dei trattati Ue. Votare dopo aprirebbe una serie di problemi pratici: primo fra tutti, cosa succederebbe se il Paese votasse per restare nella Ue, ma ne fosse già uscito? Il dilemma si potrebbe evitare se la Ue concordasse, ma dovrebbe farlo all'unanimità, di allungare i tempi del divorzio previsti dall'articolo 50. Altra questione: come scrive il quesito e quali (e quante) opzioni prevedere sulla scheda elettorale. Queste vanno presentate in modo «chiaro, semplice, neutrale», secondo la Commissione elettorale.