17 agosto 2018
Aggiornato 15:00

Marchionne, il "manager" che prendeva i soldi dalla finanza per far sopravvivere la Fiat

Diavolo o santo? Entrambi. Un uomo senza mezze misure, morto dopo una vita vissuta come al tavolo da poker. L'Italia lo rimpiangerà? Purtroppo, sì

TORINO - I mercati esprimono in queste ore la loro valutazione finanziaria rispetto la fine dell'era Marchionne. Il ribasso è minimo se rapportato all'enormità del cambiamento che si prospetta. Cosa questo possa significare è molto semplice. La finanza si aspetta molta meno industria da parte di Fca: meno fabbriche, meno operai, meno lavoro, roba ormai considerata come una zavorra. Il tutto da raggiungere, probabilmente queste sono le attese del mercato, attraverso una vendita «spezzatino». Marchionne, se così sarà, negli anni futuri potrà essere ricordato come l'ultimo imprenditore novecentesco d'Italia. Diavolo o santo? Come verrà ricordata la figura di Sergio Marchionne, il figlio di un maresciallo dei Carabinieri, nato a Chieti ed emigrato in Canada, che partendo dal nulla ha raggiunto i vertici del capitalismo globale? La sua morte prematura apre scenari inquietanti rispetto il futuro della fabbrica delle fabbriche, e anche laddove si trovano i più duri critici, emerge la paura che il dopo Marchionne possa essere molto più pericoloso del tempo appena terminato.

Invisibile
Sergio Marchionne a Torino è sempre stato invisibile. Probabilmente lo hanno incontrato più i cittadini di un piccolo centro di periferia, Alpignano, che i torinesi, dato che in quel paese di era solito andare a trovare la sua compagna Manuela. Si poteva vedere al sabato pomeriggio al di fuori di un piccolo negozio, appoggiato ad una ringhiera verde in attesa, tenuto sott'occhio da un paio di guardie del corpo e intento a fumare l'ennesima sigaretta. Vestito come si vede in televisione, con il maglioncino nero che ha preso il posto simbolico dell'orologio sopra il polsino che fu di Gianni Agnelli, l'avvocato. A Torino coloro che possono dire di averlo visto da qualche parte sono pochissimi, forse nessuno. Non andava allo stadio, non frequentava alcun salotto aristocratico borghese della città. Un vero affronto per le dinamiche sociali di una Torino ancora profondamente conservatrice. Il suo unico punto di vita era il Lingotto, quasi mai Mirafiori. Anche se, nei primi anni, il primo Marchionne amava scendere nelle linee e parlare con gli operai della catena di montaggio. Probabilmente a Torino ha parlato più con gli operai che con i membri del mondo progressista che popolano i salotti borghesi della città. Famose le sue prese di posizione in fabbrica: quando diede ordine personalmente di tagliare l'erba che aveva invaso parte dello stabilimento di Mirafiori, quando impose una ristrutturazione degli spogliatoi e delle docce per gli operai. Quando diede un aumento salariale paritario tra impiegati e operai.

Maoista, trotzkjista, anarco capitalista
Pare che sia stato un acceso maoista negli anni settanta, e successivamente si sia spostato su posizioni trotzkjste: tre lauree, una in filosofia, una in legge, l'altra in economia. Post ideologico alla Stanley Kubrik nel film «Full Metal Jacket»«Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi. Io sono un duro però sono giusto. Qui accettiamo tutti – faceva dire Kubrik al sergente Hartman durante l'addestramento – italiani, ebrei, comunisti, e altra gentaglia simile. Qui vige l'eguaglianza, non conta un cazzo nessuno». Valeva per gli operai, come per gli Agnelli: che di fatto nella fabbrica sono stati ricoperti di oro, il valore azionario è aumentato del 500% durante l'epoca Marchionne, ma qualche barlume di autonomia decisionale lo hanno solo più su Juventus. Anche perché il managar italo canadese non era solo un amministratore delegato, dato che deteneva quasi l'uno per cento del gruppo, che sommato a un pacchetto azionario personale, sempre riconducibile a società del gruppo, componeva un tesoro da quasi mezzo miliardo di euro. Valeva anche per i governi: quando disse «siamo filo governativi a prescindere», riprendendo un vecchio adagio del senatore Agnelli, in fondatore, semplicemente rivendicava con altre parole il concetto del sergente Hartman: anche nella politica per noi nessuno conta nulla. E valeva per Confindustria, per i sindacalisti, per Luca Cordero di Montezemolo – defenestrato brutalmente dal gruppo e da Ferrari, un'umiliazione senza precedenti – per Romiti e Cantarella, per tutti coloro che intralciavano il suo percorso. Da questo punto di vista la sua determinazione, la sua visione del «lavoro combattente» evidenziava un impianto politico filosofico fondato sul senso del dovere.

La finanza come carburante per l'industria
L'uomo in sé era sconcertante: nei primi tempi in Fiat ebbe a dire parole durissime sul capitalismo, che per altro ripropose anche in tempi recenti, sulle auto, in particolare sui suv, sui limiti della crescita e sul consumismo. Credeva nel principio monetaristico come unico fattore dello sviluppo industriale: i soldi si fanno in borsa servono a far sopravvivere artificialmente qualcosa che in Italia, e in occidente, è morto: l'industria. Questo era il suo principio etico di impresa.
Da quella furibonda, ossessiva, ricerca del valore finanziario, miliardi, da cui Marchionne ha estrapolato centinaia di milioni che ha investito su Maserati e Alfa e in parte anche su Fiat. Dalla finanza le risorse per il lavoro: un sovvertimento totale del principio d'impresa. Oggi la borsa brinda alla fine dell'era Marchionne perché sa che quella percolatura potrebbe ridursi, se non essere azzerata. Investimenti, quelli nell'industria che hanno avuto, per altro, scarso successo, e dimostrando ancora una volta che il tempo dell'automobile deve cambiare, deve rivoluzionarsi, soprattutto a Torino. Marchionne non ne voleva però sapere: l'auto elettrica per lui è sempre stata un falso mito, la Fiat la stava portando sul mercato già nel 1973, da un punto di vista aziendale ed anche ambientale. Si è piegato in virtù della normativa europea che prevede brusche sanzioni per le case automobilistiche che si adegueranno alle stringenti direttive che la Ue sta approntando.
Ma, ad oggi, la Fiat non ha nemmeno un settore interno sufficientemente sviluppato.

La sua eredità sociale
Se aveva ragione o meno dipende dalla valutazione che diamo del capitalismo odierno. Oggi in Italia potrebbero esserci zero operai e qualche impiegato. Lui ne ha tagliati decine di migliaia. Credeva nella distruzione creativa di Schumpeter, e tale filosofia è stata portata avanti fino in fondo. Ognuno dia il suo giudizio a questo processo. Nessun governo avrebbe opposto la minima resistenza alla chiusura definitiva degli stabilimenti in cui lui ha imposto il bastone del comando, però, distruggendo i sindacati, dividendo i lavoratori, tagliando le pause, e aumentando il carico di lavoro. Sfruttando la cassa integrazione in maniera abnorme. Chi l'avrebbe fermato di fronte a un annuncio:»Fiat chiude»? Prodi? Berlusconi? Renzi? Marchionne era tutto e il suo contrario, il suo pensiero e la sua opera erano distinte, a volte caotiche. Marchionne era l'essenza del bene che compenetra il male, o il suo contrario. Nel 2011, quando il referendum di Mirafiori minava la tenuta del suo progetto Italia, poi naufragato comunque, sprezzante dichiarava: «Se vince il no cosa succede? Di sicuro noi andremo a festeggiare all'estero». Appena due mesi prima era sceso tra gli operai di Pomigliano a festeggiare l'inizio della produzione della nuova Panda, riportata in Italia dalla Serbia.