19 settembre 2018
Aggiornato 14:30

Pd, Orfini sta con Renzi: «Rapporto con elettori non si ricostruisce sostenendo governo estremisti»

Matteo Orfini esclude un appoggio a un governo a Cinque Stelle, proprio come aveva fatto Matteo Renzi nel suo discorso di dimissioni
Il presidente del Pd Matteo Orfini
Il presidente del Pd Matteo Orfini (ANSA/ANGELO CARCONI)

ROMA - «Abbiamo perso. Vuol dire che abbiamo sbagliato. Punto». A parlare è Matteo Orfini, che sceglie una linea più umile nell'analisi della sconfitta di quella tenuta dal segretario Pd Matteo Renzi nel suo discorso di dimissioni, ma sempre al segretario continua a manifestare lealtà. E lo fa definendo giuste le sue dimissioni, e appoggiando in toto il percorso da lui delineato per il partito, criticato da molti altri. «Sono giuste le dimissioni di Matteo Renzi, che portano con sé l'avvio della fase congressuale e la ricerca di un nuovo gruppo dirigente. Ecco perché senza esitazioni ho convocato la direzione e convocherò l'assemblea per avviare la fase congressuale: abbiamo bisogno di una discussione vera e larga, su quello che è successo ma anche sul cosa e sul come deve essere il PD del futuro»

Non abbiamo perso perché abbiamo governato male
«Noi non abbiamo perso perché abbiamo governato male: abbiamo portato il paese fuori dalla peggiore crisi degli ultimi decenni, e portato a casa leggi e misure che in altri momenti storici avrebbero fatto gridare al miracolo», rivendica Orfini, sposando la linea retorica di Matteo Renzi. «Certo ci sono stati anche errori, per carità. Ma il saldo è sicuramente positivo. Non abbiamo nemmeno perso perché lo abbiamo comunicato male. Siamo stati sconfitti culturalmente e politicamente, non abbiamo saputo convincere il paese a superare i propri timori. Ha vinto chi ha puntato sulla paura e sulla rabbia. Ha perso chi ha provato a scommettere sulla fiducia nel futuro. Ed è andata così anche perché nei molti luoghi dove quella paura è più forte noi non c'eravamo più», aggiunge.

Dai luoghi della povertà siamo stati distanti
«Nonostante l'impegno straordinario dei nostri iscritti, dei volontari, della base del Pd, da un pezzo largo del paese noi siamo stati percepiti come distanti e ostili», spiega Ordini. E poi fa mea culpa: «Perché da molti di quei luoghi eravamo davvero distanti. Tutti parlano di povertà nei convegni e molto per contrastarla abbiamo fatto nell'azione di governo, ma quanti di noi possono dire di esserci entrati nei luoghi della povertà e di essersene occupati? Come vi ho raccontato la cosa che più mi veniva rinfacciata in questa campagna elettorale nel mio collegio era il senso di abbandono. Non basta governare, occorre esserci. Fisicamente. Non lo abbiamo fatto e il pezzo del paese che più dovremmo rappresentare, perché è quello che soffre di più, ci ha voltato le spalle. Sono convinto che una delle ragioni sia nel modo in cui (non) funziona il Pd», spiega.

No sostegno agli estremisti
Orfini si è dimostrato leale nei confronti di Renzi anche nel seguire la roadmap dettata dal segretario nel suo discorso di dimissioni, in cui ha escluso qualsiasi sostegno a un governo di "estremisti». «C'è un pezzo del gruppo dirigente del nostro partito che non si rassegna a stare laddove deciso dagli elettori, e cioè all'opposizione. Da dove con umiltà e responsabilità dobbiamo ricostruire passo dopo passo una relazione di fiducia e di rappresentanza con la nostra gente. Interi pezzi di paese ci hanno espulso dal loro orizzonte, come nel mezzogiorno, e questo rapporto non si ricostruisce sostenendo governi guidati da estremisti». E ha proseguito: «Se un pezzo del nostro gruppo dirigente uscisse dalle sale dei convegni, dai ministeri e dai salotti bene e venisse a farsi una passeggiata nelle periferie, scoprirebbe che immaginare di sostenere chi in questi anni ha soffiato sul fuoco della rabbia sociale con parole di odio non ha nulla di 'responsabile'. Significa solo rinunciare a combattere. E finire per legittimare il populismo più becero e violento».