23 settembre 2018
Aggiornato 08:00

Con Renzi muore il Partito democratico, e nasce il Partito anti-democratico

Il segretario del Pd ha rassegnato le proprie dimissioni, ma senza alcuna autocritica. Non è colpa sua, sostiene, ma degli elettori che non l'hanno capito...
Matteo Renzi durante la conferenza stampa in cui ha rassegnato le dimissioni da segretario del Pd
Matteo Renzi durante la conferenza stampa in cui ha rassegnato le dimissioni da segretario del Pd (Ansa/Ettore Ferrari)

ROMA – Matteo Renzi, 27 febbraio 2018, a Sky Tg24: «Se il Pd perde non farò nessun passo indietro». Matteo Renzi, 5 marzo 2018, in conferenza stampa: «Sconfitta netta, mi dimetto». Eh niente, non ce la fa proprio a mantenere una promessa... La nostra è semplicemente una battuta, certo, ma come tutte le battute sottintende anche un fondo di verità. Perché è vero che, con le sue dimissioni da segretario del Pd rassegnate ieri, dopo aver accompagnato per mano il suo partito ad un'autentica batosta elettorale, la peggiore della sua storia, Matteo Renzi ha compiuto certamente l'unico gesto che potesse fare. Eppure allo stesso tempo, anche in questa situazione, è riuscito comunque a sbagliare tutto.

Dimissioni a denti stretti
Renzi ha sbagliato innanzitutto i tempi della sua ritirata. Se avesse preso atto fin dall'inizio della sua sconfitta, che non risale a domenica scorsa ma al 4 dicembre, e avesse dato seguito alla sua prima promessa, quella di ritirarsi dalla politica, sicuramente il risultato elettorale sarebbe stato diverso: a candidato premier si sarebbe presentato Paolo Gentiloni, che godeva nei sondaggi di un gradimento nettamente superiore a quello del bulletto di Firenze. Ma ha sbagliato anche i modi. «Ci avete chiamati mafiosi, corrotti, impresentabili. Avete detto che abbiamo le mani sporche di sangue. Bene, ora fatevi il vostro governo senza di noi, se ne siete capaci», ha tuonato, con un malcelato tono da rosicone. Per la serie: ho perso e mi porto via il pallone. La questione, si badi bene, non è meramente formale. Con le sue dimissioni postdatate, ovvero congelate fino a dopo la formazione del nuovo governo e il prossimo congresso, Renzi tiene sostanzialmente in ostaggio il partito, ammanettandolo mani e piedi alla sua netta contrarietà a sostenere qualsiasi governo con una delle forze vincenti. E il fatto che un segretario dimissionario si permetta ancora di dettare la linea politica è, francamente, quantomeno irrispettoso.

Nessuna autocritica
Una condotta inaccettabile su tutta la linea, dunque, ma anche comprensibile da parte dell'ex premier, perché perfettamente in linea con quello che è sempre stato il suo atteggiamento, lungo tutta la sua carriera politica che ci auguriamo avviata verso la conclusione. Dal suo idolo Fonzie, di cui già ebbe a indossare i panni in un'indimenticata apparizione televisiva da Maria De Filippi, Matteo ha assorbito anche la totale e assoluta incapacità di chiedere scusa. Così, mentre i cittadini italiani cercavano di fargli capire in tutti i modi che stava sbagliando, non solo la comunicazione ma l'intera strategia di governo, tanto da fargli perdere a ripetizione ogni elezione dopo le famigerate europee del 2014, lui al contrario continuava a rivendicare ostinatamente e orgogliosamente i suoi presunti successi. Persino ieri, a botta accusata, si è limitato a riconoscere solo due striminziti sbagliettini: «Il principale è stato non capire che è stato un errore non votare in una delle due finestre del 2017 in cui si sarebbe potuta imporre una campagna sull’agenda europea. E l'altro essere stati in campagna elettorale fin troppo tecnici, non abbiamo mostrato l’anima delle cose fatte e da fare».

Il popolo (non) ha sempre ragione
Insomma, gli elettori ci hanno puniti, ma solo perché non ci hanno capiti. Non siamo noi ad aver sbagliato, ma loro. Una posizione anch'essa non nuovissima per il centrosinistra italiano: ricordiamo parole simili fin dai tempi del rottamato D'Alema (che infatti anche lui non ha particolarmente brillato in queste consultazioni: ultimo al 3,8% nel suo collegio di Nardò). Ma è quantomai paradossale che proprio la fu sinistra, la parte politica che per sua ragione sociale dovrebbe essere la più vicina al popolo, invece non solo non ascolti la sua esasperazione, ma addirittura la derubrichi ad espressione di ignoranza, incompetenza, odio sociale, razzismo, populismo. Prima schifano gli elettori, e poi si stupiscono se la cosa è reciproca. E suona certamente beffardo che gli stessi signori che sostengono che «l'antidoto al fascismo non è l'antifascismo, ma la democrazia», poi si dimostrino a tal punto democratici da accettare il voto popolare solo quando viene dato a chi piace a loro. Una svolta storica, in un certo senso, possiamo dire che Matteo Renzi l'abbia data, nella sua conferenza stampa di ieri: ha dichiarato la morte del Partito democratico, e la nascita del Partito anti-democratico.