Sondaggio

Voragine Pd, per colpa di Renzi il partito crolla al 24 per cento

Secondo l'ultimo sondaggio di Ipr Marketing, il Partito democratico starebbe proseguendo il suo inabissamento fino a sfiorare il dato del 24%. Oltre a perdere elettori per l'effetto Renzi, il partito non riesce a raccogliere nuovi consensi. M5s in testa, a destra domina la Lega

Il segretario del Pd Matteo Renzi all'Auditorium del Maxxi durante la presentazione del suo libro 'Avanti, perché l'Italia non si ferma'
Il segretario del Pd Matteo Renzi all'Auditorium del Maxxi durante la presentazione del suo libro 'Avanti, perché l'Italia non si ferma' (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

ROMA - Voragine Pd, verrebbe da dire. Secondo l'ultimo sondaggio di Ipr Marketing di qualche giorno fa, il Partito democratico starebbe proseguendo il suo inabissamento, peraltro sempre più repentino, tanto da sfiorare un dato che, se corrispondesse davvero alla percezione degli italiani, sarebbe a dir poco catastrofico: 24 per cento. Sì, 24. Matteo Renzi ci prova e ci riprova, ma niente: i numeri sono in caduta libera, nonostante le ospitate, le dirette Facebook, le autodifese a spada tratta, le strizzatine d'occhio a destra sull'immigrazione per raggranellare qualche voto in più, e persino il libro appena uscito. Colpa del «Bomba», dunque? Parrebbe proprio di sì, anche se la lista sarebbe lunga, tra i vari D'Alema, Pisapia, Prodi, Bersani e chi più che ha più ne metta. L'elettorato Pd si scopre «sempre più polverizzato»: queste le parole a commento del direttore di Ipr, Antonio Noto, che ha condotto il sondaggio.

Pd perde elettori, e non ne fagocita di nuovi
Oltre alla moria di fidi sostenitori, il problema in casa Pd è anche un altro: di elettori nuovi neanche l'ombra. Lo stesso Noto sciorina cifre che non lasciano scampo: «Nelle settimane precedenti le primarie dello scorso aprile, il Partito democratico oscillava tra il 27 e il 28 per cento. Ma dopo l’elezione di Renzi a segretario e l’esplodere dello scontro interno ha cominciato a scendere, stabilizzandosi tra il 25 e il 26. Ora però è sceso sotto il 25, la quota più o meno del Pd alle Politiche del 2013, con Bersani segretario. E di fatto, è anche la soglia sotto la quale la situazione del partito si può definire critica». Già, critica. Tremendamente critica. «Chi lascia lo fa soprattutto in dissenso verso il segretario. A mio avviso, il Pd renziano può contare su uno zoccolo duro del 22 per cento. E quella cifra si avvicina pericolosamente». Da notare comunque che l'emorragia Pd, in realtà, non va a rimpolpare le fila di altri schieramenti: «Il 90 per cento degli elettori che abbandonano i democratici» spiega Noto, «dichiara di non voler più votare nessun partito», quindi non fa altro che alimentare la quota, già elevatissima, di astenuti. Non c'è nessuna fuga, ad esempio, verso gli scissionisti di Mdp-Articolo 1, «ormai stabilmente al 6 per cento, da settimane. E questo contando anche Giuliano Pisapia tra i suoi leader».

M5s in testa, a destra domina la Lega
Quanto peserebbe dunque davvero una coalizione rossa? «Il 10, forse anche il 12 per cento, ossia grosso modo le percentuali di Rifondazione comunista nel suo momento migliore» sostiene il direttore di Ipr. Poi naturalmente ci sono gli altri. Mantiene il primo gradino del podio il Movimento 5 Stelle, «tra il 28 e il 29 per cento»: «Sono sostanzialmente stabili, ma tra febbraio e marzo avevano superato il 30 per cento, toccando anche il 32» prosegue Noto. Gli scossoni interni, quindi, almeno un po' si sono sentiti, «colpa anche di tante, recenti polemiche». A destra, la Lega di Salvini, che Noto definisce «tonica», si posiziona al 14 per cento, allungando la distanza dal Cav e da Forza Italia, fermi all'11,5. Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia resta piuttosto stabile al 5 per cento, mentre l'Alternativa popolare di Alfano si attesta attorno al 3. Numeri che restituiscono una sola verità: «Nessuno ad oggi, con questa legge elettorale, ha i numeri per formare un governo, neppure in coalizione».