12 dicembre 2019
Aggiornato 10:00
Politiche Vaticane

Con Milano il Papa ridisegna i vertici della Chiesa italiana

Attesa prossimamente la nomina dopo la CEI e il vicario di Roma. Il totonomine, sempre piuttosto arbitrario nell'era di Papa Bergoglio, vede in pole position l'attuale vescovo ausiliare Mario Delpini, 65 anni. Stile defilato e cordiale, il vescovo gode di sostegno trasversale.

Papa Francesco
Papa Francesco ANSA

CITTÀ DEL VATICANO - Con la scelta del nuovo arcivescovo di Milano, che prevedibilmente compirà prima della pausa estiva, il Papa ridisegna i vertici dell'episcopato italiano nel segno del dialogo. Il calendario ha registrato un'accelerazione nelle ultime settimane. Lo scorso 24 maggio Francesco ha nominato presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, primo della terna che i vescovi avevano preselezionato. Due giorni dopo, il 26 maggio, ha nominato suo vicario per la diocesi di Roma monsignor Angelo De Donatis, fino al 2015 semplice prete romano e da allora nominato dallo stesso Francesco ausiliare di Roma con l'incarico della formazione permanente del clero. Entrerà in carica con la solennità dei santi Pietro e Paolo il prossimo 29 giugno. Poco dopo, prevedibilmente, verrà annunciata la scelta del Papa per l'arcidiocesi ambrosiana.

Il totonomine, sempre piuttosto arbitrario nell'era di Papa Bergoglio, vede in pole position l'attuale vescovo ausiliare Mario Delpini, 65 anni. Stile defilato e cordiale, il vescovo gode di sostegno trasversale: ordinato prete nel 1975 dal cardinale Giovanni Colombo, è stato nominato vescovo nel 2007 da Benedetto XVI, consacrato dal cardinale Dionigi Tettamanzi e promosso dall'attuale arcivescovo Angelo Scola vicario generale della diocesi nonché vicario episcopale per la formazione permanente del clero, come De Donatis è stato a Roma. Jorge Mario Bergoglio non è nuovo a scelte inattese, però, e dunque non sono da escludere nomi circolati nel corso dei mesi (dall'arcivescovo di Novara Franco Giulio Brambilla, secondo nella terna per la presidenza Cei, al francescano lombardo Pierbattista Pizzaballa, dal 2016 amministratore apostolico (non patriarca) del Patriarcato di Gerusalemme. Così come non sono da escludere sorprese, caso peraltro non nuovo a Milano, dove nel lontano 1979 Giovanni Paolo II pescò il semisconosciuto gesuita Carlo Maria Martini, che aveva predicato gli esercizi spirituali per la Curia romana, sconfessando ogni pronostico. Quel che è probabile, però, è che la scelta di Jorge Mario Bergoglio marcherà una discontinuità rispetto all'arcivescovo uscente Angelo Scola. Un radicato passato in Comunione e liberazione, in passato rapporti non cordialissimi con l'allora arcivescovo di Buenos Aires, nel 2011 Scola fu chiamato da Benedetto XVI da Venezia a Milano a chiudere l'era, appunto, di Martini e del successore Tettamanzi, fautori di un cattolicesimo dialogante - ad esempio con i non credenti, con i musulmani - e focalizzato più sui temi della giustizia sociale che su quelli della dottrina, percepito da alcuni, sia nel mondo politico che nel mondo ecclesiale, troppo progressista. Tanto Scola quanto il predecessore di Gualtiero Bassetti alla Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, e quello di De Donatis a Roma, il cardinale Agostino Vallini, sono stati nominati da Benedetto XVI. E ora Francesco, in poche settimane, imprime la sua orma sulle tre caselle più significative della geografia episcopale italiana.

Un'operazione in realtà ampiamente avviata. Già l'estate dell'anno scorso l'agenzia stampa della Cei, il Servizio di informazione religiosa (Sir) notava che Francesco aveva nominato 85 vescovi, ossia più di un terzo delle 226 diocesi italiane. Il numero nel frattempo è ulterioremente lievitato. Più lenta di altre riforme del Papa argentino, ma non meno efficace. Tra i nuovi vescovi, alcuni volti più noti, come il segretario della Cei Nunzio Galantino, i vescovi di Palermo (Lorefice), Bologna (Zuppi) o Ferrara (Perego), altri meno noti. Ma non per questo caratterizzati da uno stile pastorale nuovo. Non è mancato qualche inciampo, qualche nomina forse affrettata, soprattutto all'inizio. Ma in generale i vescovi scelti da Francesco sono pastori, non di rado semplici preti promossi alla sede episcopale, frequentemente con una esperienza a capo dei seminari. Personalità differenti, per orientamento politico, background personale, formazione teologica. Ma quasi sempre uomini di Chiesa aituati al dialogo con la società.

E' il superamento di una certa idea di Chiesa formatasi in Italia all'epoca di Giovanni Paolo II e promossa dal cardinale Camillo Ruini, a lungo guida dell'episcopato italiano. Con il tramonto della Democrazia cristiana e il mutamento profondo della società, il porporato di Sassuolo ha definito un ruolo forte della Chiesa nell'agone politico, una rivendicazione identitaria del cattolicesimo italiano, e l'identificazione della fede con alcuni «valori non negoziabili», spesso intrecciati con le tematiche legislative attinenti la sessualità, dalla procreazione medicalmente assistita (referendum del 2005) al Family day (2007) al testamento biologico (una vicenda legislativa legata ai nomi di Piergiorgio Welby e Eluana Englaro). La visione di Ruini è stata caratterizzata da acume politico ed efficacia strategica. E i suoi avversari non sempre sono stati all'altezza di costruire un'alternativa valida. Ma il «ruinismo» non ha arrestato un certo declino della presa della Chiesa sulla società italiana, con parrocchie spesso svuotate e movimenti cattolici affermarsi ma non sempre integrarsi nelle Chiese locali. Ed è stata archiviata, di fatto, con l'elezione di Jorge Mario Bergoglio.

A riprova del fatto che è in corso un mutamento profondo della Chiesa italiana, un piccolo episodio avvenuto in questi giorni ha mostrato platealmente la discontinuità tra nuova e vecchia guardia. Il Papa ha visitato martedì scorso Bozzolo, nel Mantovano, e Barbiana, in provincia di Firenze, per rendere omaggio a due preti scomodi, don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967). Per don Milani non ci sarà alcun «processo canonico. Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io», ha subito tuonato il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, a lungo braccio destro del cardinal Ruini come segretario generale della Cei. «Dopo non tocca a me dirlo... ma io non credo alla santità di don Lorenzo: qui non ci farò un santuario». Sideralmente distante il nuovo presidente della Cei, quel cardinal Bassetti che andava a trovare don milani a Barbiana - contravvenendo al divieto del suo superiore - quando era giovane seminarista. «Don Lorenzo Milani è santo, per come l'ho conosciuto io, è un santo», ha dichiarato a Tv2000 l'arcivescovo di Perugia. «Del resto chi è il santo? Non è quello che ha meno difetti di tutti o che moralmente ha il profilo più alto di tutti, questa non è la santità. Il santo per me è uno che è vaccinato di Spirito Santo. E lo rimane certo... anche con il suo caratteraccio, perché don Lorenzo a volte ha avuto dei modi di trattare quasi al limite. Ma possiamo dire è un santo, anche senza aureola riconosciuta canonicamente, perché tutto in lui nasceva dalla purezza del cuore e in questo modo insegnava e andava avanti nella ricerca della perfezione, confidando nella realtà dei sacramenti». Un modello, secondo Papa Francesco, anche per il prossimo arcivescovo di Milano.