28 febbraio 2020
Aggiornato 01:00
Tutto grazie a Matteo Renzi

Pd in rosso, casse vuote per un «Sì» mai arrivato e costato 11 milioni

Il partito di Matteo Renzi non se la passa troppo bene. Il referendum voluto e perso da Matteo Renzi ha letteralmente prosciugato le casse dei dem, che ora hanno hanno di fronte la sfida più importante: le politiche

Il segretario Pd Matteo Renzi
Il segretario Pd Matteo Renzi ANSA

ROMA – Mentre si parla di ius soli e legge elettorali, di amministrative e di politiche, c'è una notizia passata (guardacaso) in sordina. Una notizia che riguarda il partito di cui Matteo Renzi è stato rieletto non molto tempo fa segretario. Parliamo in particolare della voragine presente nelle casse del Pd, nelle quali è rimasta la «modica» cifra di 1 milione e 721.470 euro. «Modica» mica tanto, direte voi. Lo è, se si considera che nel 2015 in cassa c'erano ben 9 milioni 826.773: parlamo di un deficit da 9 milioni e 465.745 euro.

Il macigno del referendum
E' l'Huffington Post a pubblicare le cifre da capogiro, dopo aver ottenuto in esclusiva il bilancio approvato lo scorso 14 giugno. A pesare sulle casse del Partito democratico, naturalmente, il referendum costituzionale, quella vera e propria battaglia di egocentrismo voluta a tutti i costi da Renzi, e da Renzi fragorosamente persa. Numeri che, è inutile dirlo, gettano un'ombra scura sulle prossime elezioni politiche, che già di per sé si preannunciano particolarmente difficili.

Il Sì che non è mai arrivato è costato 11 milioni
Quello slogan «Basta un Sì» che ci ha martellato per mesi è costato al Pd la bellezza di 11.671.873 milioni di euro. E la beffa in aggiunta al danno è che alla fine quei soldi non sono serviti a nulla, visto che ha vinto il No. Poi ci sono 510.077 euro in consulenze, quasi 8 milioni di costi per il personale dipendente, 1 milione e 400mila euro a favore «della società partecipata Eyu srl al fine di garantire, pro quota nell'interesse di Unità srl l'erogazione del finanziamento bancario».

Da dove arrivano quei soldi?
Da dove arrivano tutti questi soldi? In buona parte, dal 2 per mille e dai contributi dei parlamentari. Peccato che, dal 2017, i partiti dovranno cominciare ad affrontare tempi duri, perché non ci sarà più il finanziamento pubblico ai partiti. Non solo: è probabile che il Pd non riuscirà a far rieleggere o stesso numero di parlamentari che ha oggi, dal 2013. Ci si dovrà insomma affidare solo al due per mille, e si potrebbero prospettare dei tagli.

Spending review in vista
Spending review anche in casa Pd, insomma, per evitare che il partito cali a picco. Secondo l'HuffPost, attualmente il Pd ha in organico 184 dipendenti, tra cui 24 giornalisti. Una settantina è in distacco non retribuito perché spostato sul Governo, dipendenti che torneranno al partito nel caso in cui il Pd non dovesse conquistare nuovamente Palazzo Chigi. Riusciranno i dem a sostenere tali costi?

La sfida delle politiche
Il tesoriere Bonifazi, interpellato da HuffPost, si è mostrato cautamente ottimista: il piano di rientro darà i suoi frutti. Ma è innegabile che il partito non se la stia passando troppo bene. Soprattutto perché alle porte c'è la sfida più importante degli ultimi anni: le elezioni politiche. Nelle quali Matteo Renzi dovrà giocarsi il tutto per tutto. Possibilmente, potendo contare su case floride. O almeno, è quello che spera.