13 luglio 2020
Aggiornato 16:30
Salvini rieletto segretario con l'82%

Così Matteo Salvini ha chiuso per sempre l'«ampolla» di Bossi

Le primarie della Lega hanno rappresentato anche un'occasione per il segretario di chiudere i conti con una classe dirigente espressione di un partito che lui ha già iniziato a cambiare

ROMA - Con la «prima» delle primarie leghiste, tenute nel 2013, Matteo Salvini pensava di avere chiuso una volta per tutte l'esperienza della Lega «che fu», quella padanista legata al caminetto di Arcore e incapace, nonostante il grande consenso del Nord, a porre la «questione settentrionale» come centrale nell'agenda del centrodestra. Il passato, per il segretario che ha scelto di ricandidarsi, vincendo, per completare la trasformazione del Carroccio da partito regionale a moderno movimento nazional-populista, è riemerso nelle sembianze di Gianni Fava: un semisconosciuto che è riuscito non solo a raccogliere le firme per la candidatura ma a raccogliere attorno a sé l'anziano senatur Umberto Bossi e con lui addirittura l'ex barbaro sognante Roberto Maroni, oggi potente governatore della Lombardia, da anni ormai in campagna elettorale per il secondo mandato.

Salvini e lo «spettro» del passato, annullato
Dicevamo del passato. È quello invocato dalla prima vera opposizione alla linea dell'altro Matteo. Passato rilanciato come manifesto programmatico dallo sfidante Fava («La Lega faccia la Lega. Lottiamo per la questione settentrionale») e in nome di questo ci ha pensato Maroni a decostruire due totem della segretaria Salvini: il rapporto con il Front National («la parentesi lepenista si può considerare conclusa») e quello con il leader di Forza Italia («Mi spiace davvero – ha spiegato – che si usino parole sprezzanti nei confronti dell’esperienza con Berlusconi e con Forza Italia»). Insomma, ciò che da mesi serpeggiava come un malumore tra dirigenti e uno zoccolo duro di irriducibili, adesso, dopo il risultato delle Presidenziali francesi e dopo la nuova consacrazione di Salvini, è emerso pubblicamente: una parte della Lega, quella lombarda che va dal fondatore all'ex delfino, boccia su tutta la linea l'esperienza del segretario «lepenizzato», nonostante questo abbia resuscitato un movimento quasi distrutto dagli scandali giudiziari e dalle mancate riforme.

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Salvini: no Lega di camerieri
La risposta di Salvini, come era prevedibile, non si è fatta attendere. «Qualcuno, anche ad alto livello, ritiene che la Lega debba essere alleata sempre e comunque con Berlusconi. Punti di vista... - ha affermato rispondendo a Maroni -. Io da segretario preferisco avere una Lega forte, che cresce, che guarda avanti orgogliosa delle sue radici e delle sue battaglie, ma che si immerge nel futuro con alleanze internazionali forti». A proposito di politica estera, il segretario ha risposto a tono allo scetticismo anti-lepenista dei suoi oppositori: «Mi incuriosisce che, anche nella Lega, ci sia qualcuno che abbia tifato per il potere dei banchieri», ha affermato con riferimento indiretto a Emmanuel Macroon sostenuto da Bossi. A differenza di questi «io sono orgoglioso dei legami con Russia Unita di Vladimir Putin, i Repubblicani di Donald Trump e con Marine Le Pen». Capitolo Forza Italia: anche qui Salvini è stato netto rispetto a chi vorrebbe una restaurazione del modello '94 e 2008, con il partito schierato a sostegno della centralità dell'uomo di Arcore: «Questa Lega forte potrà scegliere se allearsi con Berlusconi. Dipende dai programmi, dalla serietà e dai contenuti. Da segretario voglio che la Lega lo decida liberamente, in base alla sua forza», mentre «con la «Leghina» del 3% è chiaro che vai ad Arcore chiedendo per favore se c'è qualche posto... Io la Lega al servizio di qualcuno non la guido. No, quindi, a una Lega di camerieri».

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Addio all'ampolla del Po...
Insomma, per Matteo Salvini quello che doveva rappresentare un congresso tutto in discesa e necessario per rafforzare la sua leadership in funzione delle prossime Politiche, si è trasformato in un redde rationem a 360° con la vecchia guardia che non gli perdona nemmeno lo «sbarco al Sud» con il progetto federato Noi con Salvini. La conta interna, a questo punto, si presenta come un'occasione per il segretario di chiudere i conti con una classe dirigente espressione di un partito che lui ha già iniziato a cambiare, a partire dallo stop al folklore dei riti «dell'ampolla del Po» fino all'apertura del pratone di Pontida ai militanti meridionali che vogliono «Salvini premier». Salvini aveva smentito le ricostruzioni della stampa secondo cui coi dirigenti leghisti avrebbe posto come obiettivo di essere riconfermato segretario con l'80 per cento, pronto a fare un passo indietro in caso contrario. Detto ciò, ha vinto con l'82%. Il popolo leghista ha risposto, a votare ci è andato, perché, come ha detto lo stesso salvini qualche giorno fa, «si stanno confrontando due idee diverse di Lega: una Lega forte e una che guarda un po' al passato che ritiene che l'alleanza con Berlusconi sia eterna».