19 giugno 2021
Aggiornato 01:30
Artigianato in difficoltà

La Lega sbugiarda Renzi: «Così l'Italia riparte?»

Il deputato del Carroccio Paolo Grimoldi attacca: «Non passa giorno senza che sia smascherata qualche bugia del premier. Secondo lui la crisi è alle spalle, invece l'anno scorso hanno chiuso 22 mila imprese»

ROMA«Non passa giorno senza che venga smentita una delle tante bugie snocciolate quotidianamente dal premier Matteo Renzi. Il quale da oltre un anno va ripetendo, con tanto di slide esemplificative, che l'Italia è ripartita. peccato che poi non sia così. E lo dimostrano i numeri, come le 21.780 imprese che, secondo l'ufficio studi della Cgia di Mestre, hanno chiuso i battenti nel 2015». Lo ha affermato in una dichiarazione il deputato della Lega Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda. «Quasi 22 mila imprese in meno: è questo che intende Renzi quando dice che 'l"Italia è ripartita?'. Convinto lui? La verità è che dopo due anni di cura Renzi i nostri conti economici non sono affatto migliorati, non sono aumentati i posti di lavoro e non ci sono veri segnali di ripresa», ha detto ancora Grimoldi.

Le cifre della Cgia di Mestre
I numeri a cui fa riferimento il leghista sono quelli dell'ultimo studio sulla crisi dell'artigianato, che testimonia come anche nell’ultimo anno le imprese attive sono diminuite di 21.780 unità, mentre dall’inizio della crisi (2009) il numero complessivo è crollato di 116 mila attività. Al 31 dicembre 2015 il numero complessivo delle aziende artigiane presenti in Italia è sceso sotto quota 1.350.000. «A differenza degli altri settori economici – esordisce il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – l’artigianato è l’unica categoria economica che continua a registrare un netto calo delle imprese attive; infatti, guardando alle imprese non artigiane solo l’agricoltura e l’estrazione di minerali evidenziano una flessione nell’ultimo anno». Le ragioni di questa moria? «La caduta dei consumi delle famiglie e la loro lenta ripresa, l’aumento della pressione fiscale e l’esplosione del costo degli affitti hanno spinto fuori mercato molte attività – prosegue Zabeo – senza contare che l’avvento delle nuove tecnologie e delle produzioni in serie hanno relegato in posizioni di marginalità molte professioni caratterizzate da un’elevata capacità manuale. Ma oltre al danno economico causato da queste cessazioni, c’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da tenere in considerazione. Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. C’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale».

(da fonte Askanews)