16 ottobre 2019
Aggiornato 06:00

Tra Salvini e Berlusconi è braccio di ferro

Per sfidare il Pd di Renzi devono trovare un accordo e riunire il centrodestra. Dunque hanno bisogno l'uno dell'altro. Ma entrambi non vogliono cedere, prima di tutto sulle candidature: dal sindaco di Milano al premier

ROMA – Dopo anni di scontri a distanza (l'uno saldamente all'opposizione, l'altro impegnato ad appoggiare, più o meno direttamente, i vari governi tecnici e di grande coalizione), Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sono di nuovo seduti allo stesso tavolo. Non ancora per stringersi la mano, almeno per il momento, ma per cominciare il braccio di ferro. L'obiettivo comune è chiaro: ricostruire il centrodestra. Entrambi, del resto, sanno bene che questa è l'unica strada per battere alle urne il Pd di Renzi, come del resto testimonia anche la storia politica degli ultimi vent'anni. Ed entrambi, in fondo in fondo, hanno bisogno l'uno dell'altro. A Forza Italia servono i voti della Lega al nord, dove gli azzurri sono sempre più relegati ad un ruolo marginale; alla Lega quelli di Forza Italia al sud, dove il progetto Noi con Salvini non ha mai realmente sfondato. Insomma, si vince solo firmando un accordo. Prima, però, bisogna trovarlo.

Le condizioni della Lega
La distanza non sta tanto sui programmi, dove potrebbe trovare facilmente via libera la piattaforma lanciata da Salvini su Panorama: «Flat-tax, abolizione degli studi di settore, via la legge Fornero, lotta all’immigrazione, famiglia tradizionale con apertura alle unioni civili». Due bocconi che Berlusconi potrebbe far più fatica a digerire sono piuttosto le richieste della Lega allegate a questa proposta programmatica. Primo, abbandonare all'Europarlamento l'alleanza con il Ppe e dunque con la Merkel, la bestia nera dei leghisti. Secondo, partecipare alla grande manifestazione (o almeno non ostacolarla) convocata a novembre per far cadere il governo Renzi, a cui aderirà tutta la destra. Entrambe le questioni sono delicate, perché rischiano di far esplodere le contraddizioni latenti tra le varie anime di Forza Italia: europeisti e antieuropeisti, renziani e antirenziani.

Ancora tu?
Ma il braccio di ferro più duro, naturalmente, è sempre quello sulle candidature. Le poltrone, da quella di sindaco di Milano a quella di premier, fanno gola a entrambe le forze politiche. E Salvini avrà anche fatto un passo verso Berlusconi mettendo da parte l'idea delle primarie, ma difficilmente cederà sulla sua corsa personale a palazzo Chigi. D'altra parte, Silvio non può accontentarsi del ruolo pur prestigioso di superministro degli Esteri propostogli da Matteo con l'idea del «ticket». Un messaggio indiretto l'ha già mandato tramite Repubblica: due pazze idee, quelle di candidare Mario Draghi o Sergio Marchionne. Entrambi non hanno la benché minima intenzione di scendere in campo, ma il solo fatto di averli menzionati fa intuire che l'ex Cav ha in testa l'identikit di un presidente del Consiglio moderato, sia di estrazione politica che nelle dichiarazioni pubbliche. E che difficilmente accetterà di cedere a occhi chiusi le chiavi del centrodestra a Matteo Salvini, l’esatto opposto di questa descrizione. E poi c'è sempre l'uscita di sicurezza, alla quale dentro di sé Berlusconi non ha mai realmente smesso di pensare: il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che il mese prossimo potrebbe dichiarare incostituzionale la legge Severino e dunque nuovamente eleggibile Silvio. A quel punto, come si è già lasciato scappare Renato Brunetta, «cambierebbe tutto»...