17 novembre 2019
Aggiornato 18:00

Tra Civati e Spinelli, la «Cosa rossa» nasce malissimo

Sulla candidatura di Pastorino in Liguria si è condensata la speranza dell'estrema sinistra: da Cofferati a Fassina. Peccato che i primi segnali di questa campagna elettorale siano tutt'altro che incoraggianti. Finiranno come Ingroia?

ROMA – Nasce dalla Liguria l'ennesimo tentativo di fondare la «cosa rossa». Dalla controversa sconfitta di Sergio Cofferati alle primarie, dal suo conseguente strappo con il Pd, dal suo appoggio alla lista di Luca Pastorino. Su cui poi sono confluiti anche Pippo Civati, Stefano Fassina, e via fuoriuscendo dal Partito democratico. Per non parlare di Sel, che ha addirittura proposto di sciogliersi in un nuovo, più ampio soggetto, per il quale mette a disposizione anche un potenziale leader: Giuliano Pisapia. Che non si ricandiderà a sindaco di Milano, ha guadagnato consensi con la sua gestione del dopo-rivolta dei No Expo, e ha la capacità di parlare sia all'estrema sinistra che ai moderati.

Test elettorale
Per questo le regionali in Liguria potrebbero trasformarsi in un laboratorio nazionale. E un eventuale risultato positivo (basterebbe non dico una vittoria di Pastorino, ma anche solo una sconfitta della Paita a favore del centrodestra tutto unito per Toti) darebbe concretezza a questo progetto di occupare lo spazio a sinistra del Pd. Più ampio che mai, da quando comanda Renzi. Sulla carta funziona tutto, non fosse che i precedenti non sono esattamente dei più rassicuranti: dalla Sinistra arcobaleno alla Rivoluzione civile di Ingroia, tutti i passati tentativi analoghi si sono schiantati miseramente alla prova delle urne. Per evitare di fare la loro fine, Civati, Pisapia & Co non devono ripetere gli stessi errori comunicativi.

Poche idee chiare
Come insegnano Grillo, Salvini e lo stesso Renzi, per guadagnarsi l'attenzione dell'elettorato bisogna avere le idee chiare ed esprimerle in modo comprensibile. Nel repertorio dell'estrema sinistra non mancano le parole d'ordine capaci di bucare in tempi di crisi. Basterebbe sceglierle con attenzione e trasformarle in slogan: semplici, attrattivi e soprattutto privi di quel vecchio sapore di muffa radical chic. Primo fra tutti, il reddito minimo garantito: una storica battaglia di Sel che i vendoliani, grazie alla loro balbuzie, sono riusciti a farsi scippare dal Movimento 5 stelle. Poi lavoro, scuola, pensioni: i temi caldi delle riforme di Renzi, delle quali la classe media comincia a scoprire il bluff. E, perché no, la sicurezza: smetta di essere un tabù per i post-comunisti e diventi piuttosto una ricetta alternativa a quella di Salvini, basata sull'inclusione sociale invece che sui respingimenti.

Chi ben comincia...
L'inizio, però, non pare incoraggiante. Lo stesso distacco dei dissidenti dal Partito democratico è avvenuto in modo incerto, a rate e al termine di estenuanti balletti da "dentro o fuori" (vero, Civati?). E non aiuta affatto nemmeno il comportamento di una madre nobile di questo movimento come Barbara Spinelli. Prima ha giurato di non entrare all'europarlamento e invece ha cambiato idea, poi ha addirittura abbandonato il gruppo senza però mollare la poltrona. In un anno di politica è riuscita a dilapidare il patrimonio di stima che si era costruita grazie alla sua illustre discendenza e all'esperienza di rispettata analista. Uccidendo così nella culla l'unico esempio di rassemblement sinistroide che aveva riscosso un qualche successo alle urne: la lista Tsipras. Bell'affare.