Un mare di ingiustizia
Almeno 700 persone sono rimaste vittima di un naufragio a nord della Libia. Solo 28 i superstiti. I migranti viaggiavano su un peschereccio di 30 metri che si è capovolto mentre un mercantile si avvicinava per prestare soccorso.
ROMA - «Questo movimento di persone non può essere fermato con i blocchi navali, con le motovedette, sparando sugli scafisti o attuando delle misure restrittive. Adesso all'Italia resta da fare con grande decisione ciò che fino ad adesso ha fatto con eccessiva timidezza: deve coinvolgere da subito, attraverso una vera e propria lotta politica – insisto, lotta politica – l'intera Unione europea affinché insieme ci si faccia carico della situazione». Così Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani, commenta a Rainews24 l'ultima tragedia consumatasi in mare nelle ultimissime ore. Almeno 700 persone sono rimaste vittima di un naufragio a nord della Libia. Solo 28 i superstiti.
L'Unione europea si impegni, tutta
Il senatore Manconi rivolge un appello al ministro dell'Interno per spingere affinché l'Unione europea si faccia cario di questa tragedia: «Da due anni si parla a livello europeo di un progetto che ha molti nomi, ma che sostanzialmente possiamo definire la missione umanitaria. Siccome il mare Mediterraneo è diventato un cimitero, un luogo delle stragi che si ripetono quotidianamente», l'Unione europea deve essere in grado di «garantire viaggi legali e sicuri partendo appunto dall'Africa», continua Manconi. Bisogna chiedere alle grandi agenzie internazionali «di garantire la protezione a coloro che fuggono da situazioni di guerra e di miseria, affinché possano raggiungere l'Europa attraverso viaggi legali e sicuri e perché sia possibile già lì, già in Africa a far sì che sia l'Unione europea nel suo insieme a farsi carico di una ripartizione equa dei richiedenti asilo tra tutti i Paesi. Questo è il punto: anticipare il momento in cui si garantisce la protezione». L'Unione europea tutta si prenda l'impegno, dunque, di partecipare alle operazioni di protezione dei migranti, «questo immenso peso va suddiviso tra tutti i Paesi dell'Europa», aggiunge il presidente della Commissione diritti umani.
I morti della spendig review
Il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato tocca il nodo delicato dell'operazione di Mare Nostrum, iniziata all'indomani della strage di Lampedusa del 2013 e interrotta il primo novembre2014. «Il numero di profughi precedente l'inizio della missione era maggiore rispetto a quello che poi si è verificato durante la missione – spiega Manconi –. Quella missione, Mare Nostrum, è stata interrotta solo ed esclusivamente per ragioni economiche. Ecco, io mi chiedo se davanti alla strage di oggi sia retorica, come mi si potrà dire, oppure sia una valutazione politica, cioè di politica internazionale, geopolitica, strategia per questa regione del mondo, sia tenere conto di quanto valga una vita umana. Risparmiare quello che abbiamo risparmiato in questi mesi interrompendo l'operazione Mare Nostrum ne sia valsa la pena, dal momento che oggi dobbiamo contare 700 morti. Ecco, certamente la responsabilità non è solo dell'Italia – continua Manconi –, non è principalmente dell'Italia. La colpa dell'Italia è che per debolezza interna, cioè per sottrarsi alla strumentalizzazione elettorale di alcuni partiti e per l'incapacità di coinvolgere l'intera Europa in questa strategia, ha interrotto una missione come Mare Nostrum sacrosanta, che ha dato un senso al nostro ruolo nel Mediterraneo», conclude il presidente Manconi.
Nati e morti invisibili
Sempre ai microfoni di Rainews24 parla Tareke Bhrane, presidente del Comitato Tre Ottobre – organizzazione nata con lo scopo di ricordare le 328 vittime della tragedia di Lampedusa del 3 ottobre del 2013. «Quello che è accaduto è triste, è una vergogna della Comunità europea, è una vergogna della Comunità internazionale – spiega il presidente del Comitato –. Questo problema esiste da anni e continuiamo però a parlare di problema e non di persone. Noi del Comitato Tre Ottobre abbiamo chiesto con forza al governo italiano, all'Unione europea l'istituzione di una giornata per tutte quelle persone che sono nate invisibili, sono morte invisibili, continuano a morire. Dal 3 ottobre 2013 ad oggi si stima che più di seimila persone hanno perso la vita per raggiungere l'Europa. Sono persone costrette a compiere questo viaggio, il 99% di loro non avrebbe mai fatto questo viaggio. Cosa vogliamo fare? In 28 Paesi ci sono circa un milione di rifugiati, noi abbiamo nel mondo circa 53 milioni di rifugiati, più di 52 milioni vivono in Africa, in Giordania, in Libano. Allora perché si continua a fare questo allarmismo? Perché non possiamo pensare ad una strategia a lungo termine? Una volta c'era Mare Nostrum, quest'anno c'è Triton e non sappiamo l'anno prossimo cosa ci sarà. Lasciamo spesso le isole, da Lampedusa a Pozzallo, lasciamo le frontiere abbandonate e diventa uno slogan dei politici».
Muovere l'umanità dell'Ue: quante vittime ancora?
Per mesi Mare Nostrum, voluta dall'allora governo Letta, salvò migliaia di persone. Fortemente criticata dal Paese, l'operazione iniziata nell'ottobre del 2013 non ricevette alcun supporto da parte dell'Unione europea e proprio poche ore fa l'Ue ha reso noto che l'operazione in corso, Triton di Frontex, subentrata a Mare Nostrum il primo novembre 2014, sia del tutto sufficiente a fronteggiare lo stato di emergenza attuale. «Triton non è una operazione per salvare vite umane. È per questo che noi chiediamo all'Unione europea: a quante vittime vogliamo arrivare per muovere la loro umanità? Il problema è che loro continuano a parlare di problema senza dare alternativa a queste persone. Anche se mettessero i cannoni, queste persone arriverebbero, perché sono persone disperate. Io sono partito perché non avevo alternativa, non perché volevo venire in Italia a fare delle passeggiate o in vacanza. Queste sono persone che hanno perso tutto e qual è la risposta che diamo a queste persone? Lì non vogliamo assisterle: in Giordania e in Turchia i campi sono lì abbandonati, qui non vogliamo», afferma Tareke Bhrane.
La politica che ammazza
«Cosa vogliamo fare? Noi dobbiamo dare alternativa, dobbiamo fare un progetto a lungo termine per avere un risultato. Così non possiamo avere un risultato. Il problema è politico, non è un problema di fondi: è un problema di voti», continua Tareke Bhrane. Se queste tematiche non vengono affrontati dai politici è perché temono che in questo modo non verranno votati, spiega il presidente del Comitato. «Dall'inizio dell'anno ad oggi si stima che duemila persone hanno perso la vita in mare», mentre con Mare Nostrum, in tutto furono 3.400 persone. «E la stagione – continua Tareke Bhrane – non è ancora iniziata. Sappiamo benissimo quello che sta accadendo in Libia o in Sudan. E poi parliamo solo del Mediterraneo, ma non sappiamo aldilà del Mediterraneo cosa sta accadendo», conclude. Il Mediterraneo continua a farsi cimitero e l'ingiustizia guardiano.
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