27 giugno 2019
Aggiornato 05:00
Sì dell'India a discutere della proroga del permesso a Latorre

A casa i Marò. Ma ci indignammo per i Marines del Cermis giudicati e assolti negli USA

Il sì dell'India a discutere della proroga del permesso a Massimiliano Latorre riapre il dibattito. L'opinione pubblica italiana spinge perché i Marò siano giudicati in patria, ma non si comportò allo stesso modo per i due Marines che, nel 1998, volando troppo basso e troppo veloce, tranciarono i cavi della funivia del Cermis, uccidendo 20 persone. E che furono giudicati e assolti negli USA.

ROMA – Dovrebbe tornare in India il 12 aprile, il fuciliere della Marina Massimiliano Latorre, ormai noto come uno dei due Marò che, quel maledetto 15 febbraio 2012, uccise per sbaglio due pescatori indiani. Il permesso che la Corte Suprema Indiana gli ha concesso per seguire un programma di riabilitazione in Puglia dopo l’ictus che l’ha colpito, infatti, sta per scadere, ma la stessa corte di Nuova Delhi ha accettato di discutere la proroga richiesta dall’Italia. Una tragedia, quella consumatasi ormai 3 anni fa, che ha distrutto le vite di almeno quattro famiglie, italiane e indiane che siano, e che ha dato inizio a una lunga serie di contenziosi e rivendicazioni tra i due Stati per appurare chi, tra Italia e India, fosse giurisdizionalmente competente a decidere sulla vicenda.

DI CHI È LA GIURISDIZIONE? - Se l’incidente fosse avvenuto in acque internazionali, sarebbe competente lo Stato di bandiera – in questo caso l’Italia -. Eppure, la situazione non è così semplice come potrebbe sembrare. Innanzitutto, perché non è certo che quanto accaduto – esplosione di arma da fuoco – possa considerarsi legittimamente «incidente» o «abbordo»; in più, perché non è nemmeno sicuro che si possa parlare di acque internazionali. Secondo la versione indiana – che poggerebbe sui dati registrati dal Gps della petroliera italiana e da immagini satellitari –, il fatto sarebbe avvenuto a 20,5 miglia nautiche dalla costa: sarebbe l’India, allora, ad avere legittimamente la giurisdizione.

15 ANNI FA, IL CERMIS - Una vicenda che può riportare alla memoria un episodio simile, ma speculare: in quel caso, infatti, l’Italia fu la patria di alcune delle vittime, e si indignò per una giustizia che, per questioni di «ragion di Stato», non fu mai fatta. Era sempre febbraio, ma del 1998, quando un aereo di Marines statunitensi, volando troppo basso e troppo velocemente, tranciò i cavi della funivia del Cermis, in val di Fiemme.  Diciannove i morti, diciannove le vittime di un errore dovuto, pare accertato, alla superficialità dei Marines, che volavano violando le regole di sicurezza per celebrare la loro ultima missione prima di tornare negli States. In quel caso, i pubblici ministeri italiani chiesero di processare i quattro marines in Italia, ma il giudice per le indagini preliminari di Trento ritenne che, in forza della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo statuto dei militari NATO, la giurisdizione sul caso dovesse riconoscersi alla giustizia militare statunitense.

SALVATO L’ONORE DEI MARINES - Il processo fu così celebrato nella Carolina del Nord. La Corte militare accertò che le mappe di bordo non segnalavano i cavi della funivia, ma che l'EA-6B stava volando più velocemente e a una quota molto minore di quanto permesso dalle norme militari. Il pilota sostenne che l'altimetro dell'aereo era mal funzionante, e affermò di non essere stato a conoscenza delle restrizioni di velocità. Nel marzo del 1999, la giuria assolse il capitano Richard Ashby, provocando un’ondata di indignazione nell'opinione pubblica italiana ed europea. Anche le accuse di omicidio colposo nei confronti dell'altro pilota, Joseph Schweitzer, non ebbero seguito. I due militari, però, furono riconosciuti colpevoli di «intralcio alla giustizia» per aver distrutto un nastro video registrato durante la tragedia, proprio il nastro che, pare, fu la causa di quel volo sconsiderato: così, furono entrambi degradati e rimossi dal servizio. Nel febbraio 2008, tuttavia, i due piloti hanno impugnato la sentenza e richiesto la revoca della radiazione con disonore, allo scopo di riavere i benefici finanziari spettanti ai militari; hanno anche affermato che, all'epoca del processo, accusa e difesa strinsero un patto segreto per far cadere l'accusa di omicidio colposo plurimo, ma di aver voluto mantenere l'accusa di intralcio alla giustizia «per soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia». Eppure, il rapporto conclusivo della tragedia accertò la responsabilità dell’equipaggio e dei comandanti, che però non pagarono mai le conseguenze del proprio errore.

TRA GIUSTIZIA E RAGION DI STATO - In quel caso, a scontrarsi furono l’onore dei Marines, per gli Usa da difendere ad ogni costo, e il dolore di venti famiglie, che videro portarsi via i propri cari per una condotta irresponsabile e superficiale. Fiumi di indignazione si riversarono dall’opinione pubblica italiana, che lamentò di non aver mai ricevuto giustizia per quella tragedia. Ora, però, quella stessa opinione pubblica sembra comportarsi diversamente per i due Marò. Che, in quanto cittadini italiani, vanno di certo tutelati dal loro Stato di appartenenza, che deve vigilare perché subiscano un trattamento equo, lontano dal pericolo di derive sommarie e dal rischio della pena capitale, più volte esclusa e poi riconsiderata. Eppure, è perlomeno legittimo chiedersi se il dolore dei parenti delle vittime della strage del Cermis sia tanto diverso da quello delle famiglie dei due pescatori indiani, erroneamente scambiati per pirati e per questo uccisi «per sbaglio».