7 dicembre 2019
Aggiornato 22:30
Le città dove gli stranieri sono meno integrati si concentrano al Nord

Integrazione, la terra promessa e mai raggiunta

L'integrazione, in Italia, pare un obiettivo ancora difficile da raggiungere, e soprattutto al Nord, dove la disuguaglianza è più forte. Gli immigrati si sentono sempre più deterritorializzati, le seconde generazioni vivono un costante conflitto di identità, e la mancanza di lavoro e di politiche proattive fa il resto. Il rischio, che le nostre periferie divengano terreno di guerre fra poveri.

ROMA - Si parla spesso di integrazione, tanto spesso da svuotare questo concetto di rilevanza e significato. Soprattutto perché parlare di integrazione quando le politiche migratorie europee fanno evidentemente acqua da tutte le parti può sembrare, se non ipocrita, perlomeno illogico. I fatti di Tor Sapienza di alcuni mesi fa ci hanno obbligato a considerare seriamente il problema, e ad interrogarci su quale sia la politica da adottare per evitare disagio e tensioni sociali. Perché il rischio è che, come accadde in Francia nel 2005, le periferie delle nostre città diventino bombe ad orologeria pronte ad esplodere, terre dove la disperazione e la povertà si traduca in odio e intolleranza, da una parte e dall'altra.

DETERRITORIALIZZAZIONE E PERDITA D’IDENTITÀ -  La rivolta delle banlieue francesi era scaturita dalla morte di due adolescenti scomparsi da Clichy-sous-Bois, folgorati in una cabina elettrica di un cantiere dove si erano rifugiati per fuggire alle forze dell’ordine. Eppure, non era «politica» la motivazione che diede il via alla «sommossa». Perché chiedere una risposta «politica» presuppone un senso di appartenenza alla «polis», appunto, alla comunità, che lo straniero non integrato ancora non possiede. Al contrario, quelle rivolte divennero proprio il simbolo della drammatica «deterritorializzazione» che oggi affligge sempre di più l’immigrato nelle nostre città, e che lo rende figlio di nessuno: interrotti i fili di collegamento con la propria patria, egli non riesce neppure a ricollegare quei fili interrotti alla nuova terra che lo ospita. E finisce per diventare la maschera della propria emarginazione. Un isolamento che riguarda anche gli immigrati di seconda generazione: a fronte di un cammino verso la cittadinanza irto di ostacoli, di una situazione economica inficiata da grandi difficoltà e spesso della mancanza di lavoro, serpeggia tra le seconde generazioni la sensazione di «non essere di nessuno». Spesso, il vagheggiamento di una patria lontana e mai davvero conosciuta si scontra con una realtà difficile vissuta qui in Italia. Qualche volta, questo può portare addirittura ad abbracciare la causa di terroristi e criminali.

RISPOSTE DIVERSE AL PROBLEMA - Una crisi di identità che si somma, tragicamente, a quella già di per sé vissuta dall’uomo contemporaneo, e principalmente dalle nuove generazioni. Una situazione non risolvibile, secondo la Lega Nord: non risolvibile se non bloccando gli sbarchi, e rimuovendo alla radice la possibilità che tale fenomeno di «deterritorializzazione» continui a riguardare i nostri territori. L’approccio leghista è quello, dunque, di salvaguardare il benessere e la tranquillità sociale degli autoctoni, impedendo che elementi «esterni» alla comunità, con tutte le problematiche che li riguardano, possano giungere a turbarne l'equilibrio, già di per sè precario. Non tutti, però, la pensano in questo modo. Molti, infatti, ritengono che l’integrazione sia possibile, a condizione però che se ne rispetti la bi-direzionalità. E cioè che non debbano essere soltanto a carico dell’immigrato – il soggetto più «debole» nel rapporto con il nuovo Stato – le responsabilità che l’integrazione comporta, ma che sia lo stesso Paese ospitante a favorire il processo. 

STRANIERI MENO INTEGRATI AL NORDSecondo un'indagine realizzata per il Corriere della Sera dalla Fondazione Leone Moressa, le città meno predisposte a praticare l'integrazione sono quelle dove la precarietà sociale, da questo punto di vista, è più alta. E, sorpresa, si concentrano tutte nel Centro Nord: Livorno è in testa con un tasso di precarietà a 130,9 (fatta 100 la media italiana), Bologna a 124 e Reggio Emilia a 122, Trieste e Trento a 123, Napoli a 76,7, Reggio Calabria, in coda, a 65,3.  I dati considerati per giungere a tale risultato sono stati il tasso d’acquisizione della cittadinanza, quello della disoccupazione straniera, il differenziale Irpef tra autoctoni e non, le percentuali straniere sui delitti e sui detenuti, i livelli di servizi e interventi dedicati. Il fatto che sia il Centro Nord ad essere meno propenso dall'integrazione, però, è spiegabile con un ragionamento piuttosto banale e abbastanza scoraggiante: il Meridione d'Italia è più povero, e in quelle regioni le differenze tra stranieri e autoctoni si annullano. Al Sud, insomma, l'immigrato è povero tra i poveri, perché il disagio sociale e la difficoltà economica sono spalmati su ampie fette di popolazione.  «In un’economia marginale lo sfruttamento diventa poi la sua integrazione, come a Castel Volturno, dove gli stranieri sono trattati come schiavi nelle piantagioni razziste», ha spiegato il sociologo Domenico De Masi. Come si vede, la questione è davvero complicata, e interpella problematiche di larga portata. Parlare di integrazione è facile, ma non lo è per nulla garantirla nei fatti. Perché, per integrare, ci vogliono non soltanto solidarietà e tolleranza, ma anche lavoro, diritti e politiche ad hoc. E la crescente tensione che si respira nelle città della Penisola nei confronti dei nuovi arrivati, nonché i consensi raccolti dalla soluzione più volte invocata dalla Lega - quella cioè di limitare i flussi di arrivo o addirittura di chiudere le frontiere - sono la plateale dimostrazione di quanto l'integrazione sia un obiettivo ancora molto difficile da raggiungere.