23 febbraio 2019
Aggiornato 17:30
Speciale Quirinale: qualche dato sugli ultimi 11 Presidenti

Tutti gli uomini del Quirinale. Dal 1948 ad oggi

Giorgio Napolitano, il Presidente più anziano del Vecchio Continente; Sandro Pertini, quello eletto a maggior consenso. Tre, oltre a Napolitano, i Capi dello Stato dimissionari; numerose, le crisi di governo affrontate dai Presidenti, che hanno scelto, in nove casi, di sciogliere le Camere. Ad oggi, a salire sul Colle manca una donna o un non-politico

ROMA – Tempo di elezione del nuovo inquilino del Quirinale, tempo di bilanci. E non solo a proposito del doppio mandato di Giorgio Napolitano, ma anche di quei dieci Presidenti che lo hanno preceduto, nei 48 anni di vita repubblicana del nostro Paese. L’associazione Openpolis ha pubblicato infatti un mini-dossier intitolato «Tutti gli uomini del Quirinale», che dà uno sguardo complessivo al curriculum di coloro che sono stati chiamati a farsi garanti dell’unità nazionale e della Costituzione.

IN ITALIA, IL MANDATO PIÙ LUNGO E I PRESIDENTI PIÙ VECCHI - Primo dato: rispetto alla media europea, l’Italia, insieme all’Irlanda, ha il primato per lunghezza del mandato del Capo dello Stato: 7 anni. Nel 50% dei Paesi dell’Ue, inoltre, l’elezione del Capo dello Stato è nelle mani dei cittadini: il Belpaese, dunque, è un’anomalia in Europa sia per durata del mandato che per metodo di elezione. E il Presidente uscente Giorgio Napolitano si è aggiudicato un record: con la sua seconda elezione a 87 anni, infatti, è diventato il Presidente della Repubblica più anziano del Vecchio Continente. Il Presidente più giovane, invece, è stato Francesco Cossiga, che, quando nel 1985 fu eletto, aveva 57 anni.

4 PRESIDENTI DIMISSIONARI - Se il secondo mandato di Napolitano ha costituito un unicum nella storia della Repubblica, sono state 4 le occasioni in cui un Capo dello Stato non abbia portato a termine il suo settennato. Al di là dell’incarico provvisorio di Enrico De Nicola, durato solo 131 giorni, oltre a Napolitano stesso altri tre Presidenti hanno presentato le proprie dimissioni: Antonio Segni, che, nel 1964, dovette lasciare l’incarico a causa di una trombosi cerebrale; Giovanni Leone, che, nel periodo nero del terrorismo in Italia, si dimise con quasi un anno di anticipo travolto dallo scandalo Lockheed; infine, Francesco Cossiga, che nel 1992 lasciò il Colle due mesi in anticipo, dopo il fallimento del pentapartito. In quell’occasione, in particolare, fu proprio Giorgio Napolitano a chiedergli di rassegnare le dimissioni, a causa dell’«incompatibilità tra l'aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente Cossiga e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica».

SOLO IN 5 PAESI EUROPEI UNA DONNA FOR PRESIDENT - Per i sostenitori di un Presidente donna, invece, nessuna buona notizia dall’Unione europea. Su 28 Stati membri, infatti, solo 5 Paesi sono guidati da donne: Regno Unito, Croazia, Danimarca, Malta, Lituania. E, a giudicare dai pronostici, nemmeno stavolta l’Italia diventerà il sesto Paese della lista, seppure si sia parlato di Emma Bonino prima e di Anna Finocchiaro poi come possibili candidate al Colle. Ad oggi, inoltre, tutti i Presidenti della Repubblica provengono dal mondo della politica, motivo per cui è la longeva Democrazia Cristiana il partito che ha sfornato il più alto numero di Capi dello Stato, seguita dal Partito liberale e da esponenti indipendenti di sinistra.

PERTINI, IL PRESIDENTE ELETTO A PIU’ AMPIO CONSENSO - Ad oggi, il Presidente eletto con il consenso più ampio è stato Sandro Pertini nel 1978, che ha ottenuto 832 voti sui 995 votanti presenti (83,62%). Dopo di lui, Gronchi (1955, 78,99%) e Cossiga (76,97%). I Capi dello Stato scelti, invece, con il minor numero di voti sono stati Luigi Einaudi (1948, 59,7%), Giorgio Napolitano nel primo mandato (2006, 54,85%) e Antonio Segni (52,61%). D’altronde, i Presidenti della Repubblica italiani non hanno mai avuto vita facile. Il Capo dello Stato, infatti, in situazioni di forte instabilità politica – drammaticamente usuali nel nostro Paese –, può scegliere di dare incarico a un nuovo premier di formare un altro governo, oppure sciogliere le Camere e andare al voto. In nove occasioni, il Presidente ha optato per quest’ultima opzione: nel 1972 e 1976 con Leone, nel 1979 e 1983 con Pertini, nel 1987 con Cossiga, nel 1994 e 1996 con Scalfaro,e nel 2008 e 2012 con Napolitano. In tutte le altre circostanze, si sono nominati governi in successione, ma tale tentativo si rivelato quasi sempre fallimentare, considerando che, nella storia repubblicana, un solo premier (seppur con due Governi diversi) è durato un’intera Legislatura: Silvio Berlusconi, dal 2001 al 2006.

TANTE SFIDE PER IL NUOVO CAPO DELLO STATO - L’elezione del Capo dello Stato, d’altra parte, costituisce un momento fondamentale per l’esecutivo e non solo, perché testa fortemente la compattezza della maggioranza e la sua capacità di mediare con le forze d’opposizione. Non a caso, la rielezione di Giorgio Napolitano giunse a seguito di una disgregazione del Pd sul nome dell’allora candidato alla Presidenza della Repubblica Romano Prodi: tali avvenimenti portarono, addirittura, alle dimissioni di Pierluigi Bersani. Anche questa volta, sarà il Partito Democratico a guidare le votazioni: i grandi elettori dem, 423 nel 2013, sono passati a 446. Un numero in crescita, ma che non è sufficiente ad eleggere il tredicesimo Capo dello Stato da soli. Per capire a chi si appoggerà il Pd, dovremo aspettare ancora qualche ora. Qualcuno scommette sulla vittoria del «Patto del Nazareno», che, con l’elezione del Presidente della Repubblica, riceverebbe un suggello quasi definitivo. Altri, però, ritengono che Renzi approfitterà di questa occasione per ricompattare il suo partito, e recuperare le opposizioni interne.  Quello che è certo, è che il nuovo Presidente non avrà, come del resto tutti i suoi predecessori, vita facile. I prossimi anni, si sente dire spesso, dovranno essere quelli del cambiamento, quelli in cui l’Italia dovrà faticosamente rialzarsi dalla crisi. Saranno anni cruciali anche in Europa, dove, con la vittoria di Tsipras, pare aprirsi un nuovo capitolo, alternativo alla linea-austerity fino ad ora adottata. Inoltre, la situazione sociale del nostro Paese è ancora molto tesa, con una disoccupazione ai massimi storici e una crisi che continua a mietere vittime. Teso, del resto, anche il quadro politico, con un maestoso asse Renzi-Berlusconi che provoca molti mal di pancia. Ma che, forse, sarà spezzato proprio da questa elezione.