16 luglio 2024
Aggiornato 06:00
Interrogazione presentata alla Camera da Samuele Segoni

M5S: dal Governo un macigno sulla ricerca

Saranno alcune migliaia nel giro di un biennio gli assegnisti in scadenza, esclusi dalla legge Gelmini dal mondo della ricerca universitaria. La fuga dei cervelli pare, ad oggi, ancora l'unica soluzione

ROMA - Giornate nere per la ricerca: si stanno verificando i primi casi (qualche centinaio) di assegnisti in scadenza. Costoro, di fatto, sono estromessi dal mondo della ricerca universitaria dalla legge Gelmini, che prevede che «la durata complessiva dei rapporti instaurati ai sensi del presente articolo, compresi gli eventuali rinnovi, non può comunque essere superiore a quattro anni». Tale legge prevede inoltre, quale naturale sbocco per gli assegnisti, contratti da ricercatore a tempo determinato che però, in molti casi, non arriveranno mai. Quel che è peggio, poi, è che il trend è assolutamente negativo: si calcola che, nell'arco di un biennio, quelle poche centinaia di assegnisti diverranno verosimilmente molte migliaia. Di qui, l'interrogazione presentata, tra gli altri, da Samuele Segoni (M5S) giovedì scorso, che ha sottoposto all'attenzione della Camera il dramma vissuto dai nostri ricercatori.

CERVELLI ITALIANI PRIVI DI TUTELE - Secondo gli interroganti, «nel biennio 2015-2016 tutti questi contratti andranno in scadenza e, considerando l'attuale capacità degli atenei di assorbire tali figure professionali con contratti RTD, la previsione che ne deriva non è per nulla rassicurante: circa il 70 per cento degli assegnisti ogni anno sarà di fatto escluso dal mondo della ricerca, con ridotte possibilità di assorbimento da parte di aziende o enti di ricerca, favorendo di fatto una massiccia fuga all'estero. ​Quella degli assegnisti è una categoria priva di rappresentanze sindacali, assente in molti atenei dalle sedi dell'amministrazione accademica, priva di garanzie assistenziali (come il diritto all'indennità di disoccupazione), caratterizzata dalla pressoché totale impossibilità di gestire autonomamente i fondi di ricerca»: insomma, i nostri cervelli sono del tutto privi di tutele.

ASSEGNISTI DI RICERCA: TESORO PREZIOSO PER IL PAESE - Gli interroganti riconoscono l'enorme ruolo ricoperto dagli assegnisti, sebbene costituiscano personale non strutturato e di fatto esterno dall'organico dell'università: essi sono infatti fondamentali non soltanto nella produzione scientifica e nella ricerca, ma anche nell'attività didattica. Inoltre, i post-dottorati «sono figure altamente specializzate su cui lo Stato ha investito ingenti risorse per garantire una formazione superiore, una titolo di laurea, un titolo post-laurea come il dottorato di ricerca, senza contare l'esperienza maturata nei 4 anni di post-dottorato". Eppure, capita sempre più spesso che «professori e gruppi di ricerca basati in università italiane, anche quando vincitori di finanziamenti esterni, possono vedersi costretti a dovere ignorare giovani ricercatori italiani, anche se in possesso di titoli idonei, perché impossibilitati ad assumerli a causa del blocco dei quattro anni, senza contare che gli assegni di ricerca gravano completamente sul budget dei progetti di ricerca, senza oneri aggiuntivi per lo Stato».   

FUGA DEI CERVELLI AD OGGI UNICA SOLUZIONE - Segoni e gli altri interroganti chiedono dunque al Ministero dell'istruzione e della ricerca «quali provvedimenti intenda intraprendere per evitare che il meccanismo citato in premessa impatti negativamente sulla vita di migliaia di giovani assegnisti di ricerca privi di garanzie assistenziali e contribuisca ad una perdita di competitività in campo internazionale della ricerca italiana, estromettendo di fatto proprio gli assegnisti post-doc con maggiore esperienza e spingendo figure altamente specializzate, sulla cui formazione sono state investite ingenti risorse pubbliche italiane, a proseguire la loro carriera all'estero».  E la fuga dei cervelli, si sa, appare attualmente per troppi giovani l'unica strada percorribile.