Corruzione, ddl a rilento ma non passa il rinvio chiesto dal Pdl
Pochissime votazioni concluse, molti emendamenti accantonati, e una maggioranza che conferma di essere molto più sfilacciata su questi temi che quando si discute di tasse o licenziamenti. Casini: Sarebbe una sconfitta. Cicchitto: Avanti, non alla cieca
ROMA - «Non rinviamo ma ci incagliamo!». Così un esponente del Pdl commenta l'allarme lanciato stamani da Pier Ferdinando Casini nell'aula della Camera sui 'boatos' che indicavano una volontà di chiedere il rinvio dell'esame del ddl anticorruzione. Alla fine il Pdl, in conferenza dei capigruppo, si è limitato a chiedere un rinvio di un paio di giorni, solo fino a giovedì prossimo, peraltro senza ottenerlo. «Guai se il Parlamento verificasse che non riesce ad affrontare questo tema», aveva tuonato il leader centrista, «su questo ciascuno si assumerà le sue responsabilità», e in ogni caso «sarebbe una sconfitta per tutti». La replica in aula dell'azzurro Cicchitto a Casini mostra il livello di tensione che il partito di Silvio Berlusconi vive su questo provvedimento. «Siamo pronti ad andare avanti, ma non alla cieca», aveva detto il capogruppo del Pdl.
Di fatto la settimana si chiude con pochissime votazioni concluse, molti emendamenti accantonati, e una maggioranza che conferma di essere molto più sfilacciata su questi temi che quando si discute di tasse o licenziamenti. E sulla quale incombe l'ombra del ddl intercettazioni, probabile argomento di ulteriori divisioni, rimesso in calendario a giugno proprio su richiesta del Pdl. In mattinata è passato col voto dell'aula il codice etico, contenuto nell'articolo 4, che può comportare sanzioni fino al licenziamento per i dipendenti pubblici che non lo rispettano, ma anche un emendamento ritirato dal Pd e ripresentato dall'Idv sul danno erariale a carico dei dipendenti pubblici che nascondono consulenze esterne e compensi.
Un voto che rappresenta un avvertimento al Pdl, si dice a Montecitorio, in vista dello scontro sulle norme penali: di fronte a forzature sulle parti più delicate del provvedimento la maggioranza può diventare variabile, anche visto l'atteggiamento 'laico' della Lega nord sul ddl. Del resto a gestire in aula la battaglia sulla parte del ddl dedicata alla pubblica amministrazione è Oriano Giovanelli, uomo molto vicino al segretario Bersani. «Un fatto alquanto antipatico» che «rende piuttosto difficile il lavoro» fatto in commissione e comitato ristretto, insorge in aula Beatrice Lorenzin del Pdl. «Niente d'importante, norma marginale - minimizza più tardi il capogruppo Pdl in commissione Giustizia, Enrico Costa - anche noi qualche volta votiamo delle cose con la Lega».
«Il Pd - accusa Costa - fa demagogia su questo ddl, fanno a gara con Di Pietro». Il quale, dal canto suo, in effetti tiene sotto pressione i democratici, ai quali contende una fetta di elettorato: «Si sta facendo - accusa - una legge ipocrita che fa credere ai cittadini che si sta combattendo la corruzione, in realtà si tratta di norme che legittimano ancora di più il malaffare. Pd e Pdl hanno presentato una serie infinita di emendamenti a dimostrazione che ritengono insufficiente il testo sulla corruzione. Poi però, per evitare problemi al governo, li hanno ritirati».
Una riunione a fine seduta, comunque, non ha sciolto i nodi: si è parlato del divieto di ricorso agli arbitrati per la pubblica amministrazione, delle norme antimafia sulle gare pubbliche, del divieto di conferire incarichi dirigenziali per un triennio a chi ha svolto incarichi politici o si è anche solo candidato a cariche elettive. Risultato? «Siamo ancora alla discussione sui massimi sistemi», commenta una fonte governativa. Su questo e su altri punti si lavora, spiega Patroni Griffi, «ad una riformulazione che tenga conto del dibattito in aula e nei comitati ristretti». E' già fissato un nuovo appuntamento per un vertice dei gruppi di maggioranza lunedì pomeriggio con il ministro della Pa Filippo Patroni Griffi.
Resta lontana all'orizzonte, per ora, la soluzione dei contrasti nella maggioranza (soprattutto fra Pdl e Pd) sulle norme penali proposte dal ministro della Giustizia Paola Severino. Sulle quali al Pd danno per scontata la fiducia, che potrebbe anche essere limitata all'articolo 13 partorito dalla guardasigilli, invece che sull'intero provvedimento.
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