19 gennaio 2020
Aggiornato 09:30
Faccia a faccia teso al Quirinale

Berlusconi stoppa le voci di «exit strategy». Messaggio a Colle: Non lascio

Il Cavaliere resiste anche al pressing «Fininvest». Il Premier vede Bossi, rinsaldato l'asse con la Lega

ROMA - Il finestrino è socchiuso, un cenno ai cronisti mentre l'auto blindata varca il portone di Palazzo Grazioli e una battuta trattenuta a stento, ma consegnata ai suoi «ambasciatori» in tv. Silvio Berlusconi, al termine di un'ora e venti di faccia a faccia teso con Giorgio Napolitano, sceglie di giocare al limite del bon ton istituzionale e al ministro Giancarlo Galan che si presenta davanti alle telecamere fa dire: «Napolitano non ha intenzione di dimettersi, andiamo avanti». Un modo forse ruvido per esorcizzare quanto circolato per lunghe ore nei palazzi della politica, quel passo indietro del presidente del Consiglio oggetto di una lunghissima trattativa per l'intera giornata. Alla fine - almeno a dar credito alle posizioni ufficiali - sul campo resta evidente la rinnovata intesa fra Berlusconi e Bossi che si traduce nel 'no' all'arresto di Milanese e nel tentativo di proseguire l'esperienza di governo. Così come emerge chiaro lo schiaffo all'ala maroniana e la volontà del Cavaliere di andare avanti. Nonostante tutto e tutti.

Napolitano, Maroni e i loro incontri a tutto campo, innanzitutto. Ma soprattutto quel termine, 'consultazioni', che proprio non è andato giù a Berlusconi. Per questo dal Presidente della Repubblica, dopo una mattina spesa insieme allo stato maggiore leghista, il premier è andato a chiarire innanzitutto un concetto: io non arretro, vado avanti, mi sfiducino se ne hanno la forza. Secondo fonti di governo da Napolitano non sarebbe arrivata neanche la richiesta di un passo indietro, ma solo di garanzie rispetto a imminenti misure anticrisi. I numeri, su questo tasto avrebbero battuto - partendo da diversi punti di vista - sia Berlusconi che Napolitano. Convinto il primo della solidità della maggioranza, certo il secondo che solo numeri certi possano assicurare stabilità all'esecutivo. Proprio perché convinto di avere la forza di proseguire, appena fatto rientro dal Quirinale, Berlusconi ha scherzato fin quasi a sfidare il Colle: «Napolitano non si dimette. E andiamo avanti».

Eppure anche oggi in molti hanno provato a convincere Berlusconi a valutare un passo indietro. Non solo Maroni, con i suoi per nulla celati faccia a faccia in pieno Transatlantico con i big dell'opposizione. Per ammorbidire la posizione del Cavaliere sembra sia sceso in campo anche il 'partito delle aziende'. Secondo diverse fonti Fedele Confalonieri, a Palazzo Grazioli dopo il vertice con Bossi, sarebbe tornato alla carica. Senza esito. E lo stesso nei giorni scorsi avrebbero fatto i figli del premier, con l'obiettivo di tutelare le aziende. Ma la resistenza di Berlusconi, al netto di alcuni momenti di sconforto, sarebbe stata granitica. «Dimettermi - avrebbe detto - sarebbe come un'ammissione di colpevolezza e io invece non ho commesso alcun reato. Anzi, dovrebbero essermi grati. Nessuno ha fatto quello che ho fatto io per questo Paese».

Ora il presidente del Consiglio e la maggioranza dovranno testare con mano la tenuta dell'accordo con Bossi. Se la maggioranza riuscirà a superare lo scoglio Milanese, all'ordine del giorno resteranno i provvedimenti economici che anche il Colle pare abbia sollecitato. Provvedimenti anti deficit, interventi per lo sviluppo e riforme costituzionali. Anche se, nel pieno della bufera, sembra difficile anche solo ipotizzare un rilancio così impegnativo per la maggioranza.