23 febbraio 2020
Aggiornato 22:00
Vivisezione in Lombardia

LAV a Garattini: la sperimentazione animale non aiuta la ricerca

«Oltre i 4/5 dei farmaci che superano la sperimentazione animale, non superano quella umana»

MILANO - «La ricerca senza sperimentazione animale è condannata»: destano non poche perplessità e preoccupazioni le parole con cui Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri, è intervenuto alla Commissione Sanità del Consiglio regionale della Lombardia sulla proposta di legge che vorrebbe limitare la vivisezione nella regione e promuovere i metodi alternativi.
La LAV torna a ricordare, ad accademici e non, che la sperimentazione animale è un errore metodologico grave sul piano scientifico perché nessun animale può essere modello sperimentale per l’uomo. I test su animali non solo sono estremamente crudeli, ma non sono affatto utili per predire ciò che può accadere all’organismo umano quando questo è esposto ad una sostanza: ciò che risulta innocuo negli animali può essere tossico per l’uomo.
A causa della sperimentazione animale, dunque, possono essere cestinate sostanze innocue o utili per la salute umana.

«I dati sono chiari – commenta Michela Kuan, Responsabile LAV Vivisezione - oltre i 4/5 dei farmaci che superano la sperimentazione animale, non superano quella umana, quindi meno del 20% sono commercializzati e il 51% dei farmaci commercializzati presentano gravi reazioni avverse che non si erano verificate negli animali.
Su 100 sostanze sicure negli animali, almeno 80 sono scartate dopo la sperimentazione umana e 10 ritirate dal commercio per gravi reazioni avverse; ciò significa che in oltre il 90% dei casi i risultati su esseri umani e animali sono significativamente differenti, mentre in meno del 10% dei casi i risultati sono in qualche modo paragonabili, ma lo possiamo sapere solo a posteriori».
Nel suo discorso Garattini ha tenuto a precisare che nel 98% dei casi si utilizzano topi e ratti, e che non si impiegano animali randagi o simili: «ebbene – spiega Michela Kuan - topi e ratti sono utilizzati in gran quantità a scopo sperimentale perché sono animali piccoli, facilmente maneggevoli, prolifici e meno costosi di altri, piuttosto che per ragioni scientifiche, sebbene non siano i roditori i nostri parenti più prossimi per vicinanza genetica e comportamentale. Inoltre, in Italia vi è un grave aumento del ricorso alle scimmie (sia ceboidea che cercopothecoidea), specie regolamentate dal Decreto Legislativo 116/92 in modo fortemente restrittivo e dunque dovrebbe rappresentare una deroga eccezionale e non risultare in aumento. I primati non umani, come i cani, sono utilizzati per esperimenti fortemente invasivi che comportano alti e prolungati livelli di dolore come studi di tossicità e indagini legate a problematiche nervose e mentali umani e cancro.

La realtà è che in Italia e nell’Unione Europea il numero di animali usati per esperimenti è sempre molto elevato: 2,6 milioni di animali in Italia nel triennio 2007-2009, 12 milioni circa nell’UE. Si tratta di numeri ancora troppo alti visto il quadro scientifico e legislativo europeo che prevede la promozione dei metodi alternativi alla sperimentazione animale e la chiara posizione contraria dell’opinione pubblica alla vivisezione».
Per quanto riguarda il benessere degli animali negli stabulari, non è certo possibile dimenticare che gli animali da laboratorio sono costretti a vivere in gabbie e in spazi limitati, in un habitat artificiale e innaturale – un fattore che peraltro può influenzare fortemente la ricerca stessa -, non vedranno mai un albero, un prato né potranno procacciarsi del cibo o stabilire normali relazioni con altri animali. «Subiranno prelievi e manipolazioni invasive – conclude Michela Kuan - La soppressione, alla fine della procedura, da un certo punto di vista, sarà per loro una liberazione. La ricerca potrà fare consistenti passi in avanti quando anche gli addetti al settore ammetteranno, senza se e senza ma, il limite scientifico dei test condotti su animali e si faranno promotori dei metodi alternativi».