21 novembre 2019
Aggiornato 03:30
Biotestamento

Il Vaticano precisa che la Chiesa non ha mai detto di no

Intervista a Monsignor De Paula a Tmnews: «Eutanasia no, il dat può aiutare. Ci deve essere buon senso, come in tutte le cose»

CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa cattolica «non ha una posizione ufficiale» sul testamento biologico: lo ha precisato mons. Ignacio Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che ha chiarito, invece, come per la Santa Sede il rifiuto assoluto di ogni ipotesi di eutanasia sia un paletto irremovibile.

Al di fuori dell'eutanasia, tutto è possibile: ma va studiato con attenzione», ha affermato in un'intervista a 'Tmnews' il vescovo catalano dell'Opus dei. Secondo mons. Carrasco è «opportuno» che in Italia si eviti il ripetersi di vicende come quelle di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. «Sono casi molto minoritari, negli ospedali normalmente i pazienti chiedono di vivere non di morire», ha precisato il vescovo, «ma è bene che si eviti che si ricreino e che si rispetti, al tempo stesso, l'intimità delle persone».

Per mons. Carrasco: le decisioni relative alla fine della vita «dovrebbero essere prese accanto al letto del malato». Inoltre, va «preservato il ruolo del medico, il cui compito è sempre aiutare il paziente a vivere, o almeno provarci», ha detto il presule, che ha sottolineato come il codice deontologico dei medici italiani è già «molto buono». Carrasco ha ammesso che le dichiarazioni anticipate di trattamento (dat) hanno un «problema di fondo», ossia che chi diventa incapace di intendere e di volere potrebbe cambiare idea rispetto al momento in cui ha compilato le 'dat'. Il vescovo ha messo però in luce il fatto che le 'dat', pur senza avere carattere assolutamente vincolante, permetterebbero di evitare che la volontà di un paziente, in casi controversi, sia ricostruita su base indiziaria. «Per Eluana Englaro e di Terry Schiavo alla fine è stato un giudice a decidere per il paziente. In questi casi delle dichiarazioni anticipate di trattamento avrebbero fornito al giudice un punto di riferimento chiaro».

Sulle 'dat' «la Chiesa non ha una posizione ufficiale. Non c'è un documento del magistero.
Ci sono invece molti ecclesiastici che si sono espressi sul tema e ci sono documenti di singole conferenze episcopali o di organismi ecclesiali», ha detto il presidente della Pontificia Academia pro Vita, che ha citato, in particolare, un testo prodotto quindici anni fa dalla Conferenza episcopale spagnola e un documento pubblicato dalla Caritas svizzera in risposta all'associazione Exit a favore dell'eutanasia. In questo senso, mons. Carrasco ha sottolineato che «la Conferenza episcopale italiana segue con molta attenzione il dibattito parlamentare in corso» e ha precisato di non volersi esprime sul ddl all'esame della Camera.

La Santa Sede, ha spiegato Carrasco, si è invece espressa inequivocabilmente sul 'no' all'eutanasia: in particolare con la dichiarazione della congregazione per la Dottrina della fede 'Iura et bona' (1980) e con l'enciclica di Giovanni Paolo II 'Evangelium vitae' (1995). «In casi come quello di Terry Schiavo o di Eluana Englaro si è tolta l'alimentazione e l'idratazione artificiale non per eliminare la sofferenza, ma per porre fine prematuramente a una vita. Si è trattato di eutanasia», ha detto il vescovo, sottolineando: «Abbiamo perso un po di senso della vita». In questo senso, «se la legge italiana legalizzasse l'eutanasia, ci sarebbe un pronunciamento» negativo del Vaticano. Per il resto, «al di fuori dell'eutanasia, tutto è possibile, ma va studiato con attenzione».

Quanto alla idratazione e all'alimentazione artificiale: mons.Carrasco, compagno di università in medicina e chirurgia del portavoce di Giovanni Paolo II Joaquin Navarro-Valls, ha ricordato il pronunciamento della congregazione per la Dottrina della fede sul caso di Terry Schiavo (14 settembre 2007). Il dicastero vaticano responsabile dell'ortodossia cattolica rispose in quell'occasione alle domande dei vescovi statunitensi e illustrò il «criterio etico generale, secondo il quale la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico. Il suo uso sarà quindi da considerarsi ordinario e proporzionato, anche quando lo 'stato vegetativo' si prolunghi».
La congregazione vaticana ammetteva, poi, l'esistenza di alcuni «casi eccezionali»: «Non si esclude - affermava - che, per complicazioni sopraggiunte, il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando così del tutto inutile la loro somministrazione. Infine, non si scarta assolutamente la possibilità che in qualche raro caso l'alimentazione e l'idratazione artificiali possano comportare per il paziente un'eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze nell'uso di ausili strumentali». Chiosa mons. Carrasco: «Ci deve essere buon senso, come in tutte le cose».