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Perchè se è vero che Qwant non profila gli utenti è una grande innovazione

Il motore di ricerca Qwant promette di non tenere a mente cosa avete cercato e quando. Sfida Google e il mercato della pubblicità online

Perchè se è vero che Qwant non profila gli utenti è una grande innovazione
Perchè se è vero che Qwant non profila gli utenti è una grande innovazione (Shutterstock.com)

MILANO - Qwant è un motore di ricerca che promette di non tracciare la navigazione degli utenti. E’ arrivato anche in qui in Italia e ha trovato a Milano la giusta casa in cui risiedere per poi estendere le sue radici. Radici che, secondo quanto dichiarato, dovrebbero riuscire ad agguantare il 5% di market share entro il 2020.

Cosa significa che Qwant non fa profilazione utenti
Fondato in Francia nel 2013 si basa su alcune fondamenta molto appetibili considerando che oggi, più o meno tutti tendiamo a drizzare le orecchie quando si parla di profilazione utente, diritto alla privacy dei propri dati e via discorrendo. Non è, infatti, un segreto che le maggiori compagnie tecnologiche di oggi (Google, Facebook, Amazon) facciano un uso spasmodico dei nostri dati per rimpolpare le loro tasche. I 90 miliardi di dollari di fatturato di Google, del resto, arrivano proprio da lì. Aspetto da cui Qwant dovrebbe distaccarsi totalmente. In parole molto semplici significa che quelli di Qwant non terranno a mente cosa avete cercato e quando, per poi ricordarlo in futuro a voi o – peggio – ad altri che lo volessero sapere dietro compenso. In più, i risultati delle vostre ricerche attuali non saranno influenzati da cose che avete cercato in precedenza, né dai siti che frequentate né – si spera – da quelli che pagano per comparire per primi tra i risultati delle ricerche. In parole povere non ci ritroveremo più la pubblicità delle scarpe che abbiamo appena visto su Amazon, oppure l’offerta last-minute di un viaggio a Barcellona che prevediamo di effettuare la prossima estate, mentre stiamo leggendo un articolo sull'ultima riforma elettorale.

Il programmatic advertising
Da dove arrivano le icone pubblicitarie che lampeggiano come insegne al neon ai lati di un articolo che stiamo leggendo? Dai viaggi (virtuali) che abbiamo compiuto sul web, attraverso i cookies, a cui (praticamente sempre) diamo inconsapevolmente il consenso. Immaginate i cookies come a un piccolo zaino che vi portate dappresso durante il vostro viaggio tra i motori di ricerca, capace di catturare e registrare tutti i siti in cui siete approdati, anche per pochi secondi. Questi dati costituiscono il carburante del cosiddetto programmatic advertising. Il programmatic advertising è infatti diventato la modalità preferita per la negoziazione della pubblicità web&mobile, con una spesa complessiva di 25,23 miliardi di dollari, pari al 73% del budget disponibile per i media digitali delle imprese americane. La dirompente crescita degli Usa nell’utilizzo del Programmatic ADV per gestire le compravendite degli spazi pubblicitari è un fenomeno che trova la sua origine a partire dalla fine del decennio scorso (dal 2008 circa), con la trasformazione della negoziazione diretta tra editori e advertiser attraverso le tecnologie di Real Time Bidding, l’asta in tempo reale, introdotte dai nuovi intermediari della pubblicità digitali (Yahoo, Google). I mercati per la negoziazione degli spazi digitali operano infatti attraverso piattaforme automatizzate interconnesse lato domanda (Agency Trading Desk (ATD) e Demand Side Platform (DSP),) che consentono ai retailer/advertiser di piazzare online gli ordini di acquisto della pubblicità. Sistemi dedicati lato offerta (SSP, o Supply Side Platform) permettono invece agli editori di definire le condizioni alle quali vogliono vendere degli spazi. Il programmatic adverting si basa su determinante piattaforme che hanno lo scopo di analizzare i dati e creare una vera e propria profilazione degli utenti, in base ai viaggi effettuati sul web principalmente su Google. I dati vengono quindi utilizzati dalle aziende per proporvi offerte pubblicitarie in tempo reale su qualcosa che avete cercato precedentemente, ad esempio, su Big G.

Google sa tutto di te
Ciò si traduce in un solo concetto: Google sa tutto di noi e lo sa a tal punto da essere riuscito a creare un vero e proprio sito che permette agli utenti di entrare in un qualsiasi paese e vedere quali sono le ricerche più in voga sul ‘come fare’ qualcosa all’interno del loro territorio. Se cerchiamo come fare qualcosa è perché non siamo in grado di farla. Il che significa che ‘abbiamo un bisogno’ e, chi si occupa di business, sa bene cosa significa che un numero più o meno ampio di persone detiene un bisogno. Cosa? Che può essere soddisfatto con un prodotto. I Big Data ricavati da Google ci possono dire moltissime informazioni sulle nostre necessità, le quali rappresentano il petrolio trainante l’economia.

Un po’ di numeri
In un giorno produciamo in media 2,5 trilioni di byte di dati. E ogni byte è un’informazione. E a oggi Google raccoglie l’81 per cento di tutte le pubblicità mondiali legate ai motori di ricerca. Ma non è il solo dato che il 77% del traffico dei social network è detenuto da Facebook, mentre Amazon vende circa il 70 per cento degli ebook in circolazione e concentra il 51 per cento di tutte le altre vendite online. Inoltre, se sommate il loro valore di mercato, più di 1.500 miliardi di dollari, possiedono in tre un pil maggiore di quasi ogni paese del mondo (solo dieci stati hanno un pil più alto).  E sono, numeri, diciamo.

Tutto questo in Qwant non c’è
Questo vortice in cui siamo intrappolati e che finisce per darci sempre le stesse informazioni, poiché le stesse informazioni che ci vengono rifilate non sono altro che il frutto di quelle preferenze che abbiamo comunicato a Google attraverso le nostre ricerche, ecco, questo vortice, potrebbe essere completamente spazzato via da Qwant. Ora bisognerà vedere se non si tratta del solito slogan su cui è facile puntare per creare hype. Ma solo il tempo, in questo caso, potrà darci la risposta.