27 novembre 2021
Aggiornato 22:00
big data

'Come fare qualcosa', così Google sa ciò di cui abbiamo bisogno

Miliardi di ricerche effettuate su Google per saper come fare qualcosa. Sulla base di questi dati è stato costruito un sito che ci dice quello che non siamo capaci a fare e quello di cui abbiamo bisogno

MILANO - Se Google è un modo per conoscere il mondo, Google è un modo per conoscere noi stessi e, soprattutto, quello che non siamo o non sappiamo fare. Come aggiustare una lavatrice? Come accendere una lampadina? Come far innamorare il ragazzo che tanto ci piace? Talmente tanti i quesiti che poniamo al motore di ricerca che Google ha pensato bene di dedicarci un sito, costruito dal suo News Lab e in collaborazione con Xaquin G. V., giornalista interattivo di dati visivi. Un po’ goliardico, un po’ interattivo che spiega in modo simpatico come siamo soliti usare The Big G, ormai per condurre delle ricerche di cui, forse, non avremo neppure bisogno.

Come fare… su Google
Xaquin spiega nel saggio visivo di essere stato ispirato dalle sue ricerche dalla mancanza di maneggevolezza che gli utenti hanno intorno alla casa. Il nuovo sito costruito con i dati di Google e suoi strumenti Trends permette agli utenti di entrare in un qualsiasi paese e vedere quali sono le ricerche più in voga sul ‘come fare’ qualcosa all’interno del loro territorio. Cosa non siamo capaci a fare? Aggiustare i nostri elettrodomestici. In base all’indice calcolato da Google per esempio, in Italia le ricerche più numerose hanno riguardato il tentativo di sistemare una finestra, seguito a ruota dalla lavatrice. Tallonati dal rubinetto preceduto da lampadine, gabinetto, frigoriferi.

Aggiustare toilette e usare le bacchette
Più in generale le persone vogliono sapere come fare frittelle, fare soldi, perdere peso e bollire le uova. La gente davvero, vuole davvero sapere come baciare, restare incinta e legare una cravatta. In base ai risultati ottenuti Google comunica che in Nord Africa e Asia orientale le ricerche si concentrano sulla risoluzione di problemi legati alla toilette, mentre in Europa settentrionale e orientale c’è ancora un problema con le lampadine. Interessante notare come le ricerche inerenti al ‘come’ sistemare il gabinetto registrino un grafico del tutto sovrapponibile a quello del ‘come usare le bacchette’, sì quelle per mangiare i noodles.

Così Google sa cosa non sappiamo fare
Se cerchiamo come fare qualcosa è perché non siamo in grado di farla. Il che significa che ‘abbiamo un bisogno’ e, chi si occupa di business, sa bene cosa significa che un numero più o meno ampio di persone detiene un bisogno. Cosa? Che può essere soddisfatto con un prodotto. I Big Data ricavati da Google ci possono dire moltissime informazioni sulle nostre necessità, le quali rappresentano il petrolio trainante l’economia. Ma non solo. Perché a Google riveliamo anche i desideri più intimi e inconsci. Da questo assunto parte il nuovo libro del data scientist Seth Stephens-Davidowitz, «Everybody Lies, What the Internet Can Tell Us About Who We Really Are» dove assistiamo a una combinazione di dati davvero incredibile, costruita sulle ricerche che facciamo su Google. Alcuni di questi risultati sono stati davvero strabilianti: ad esempio che le barzellette razziste salgono del 30% durante l’anniversario di Martin Luther King, oppure che, durante le elezioni americane, le regioni che sostenevano maggiormente Donald Trump poi effettuavano un numero maggiore di ricerche con la parola ‘nigger’. In uno spazio fatto di bene e di male, così come lo è la realtà, lo è anche il web, i programmi che si basano sull’analisi dei dati possono creare enormi pericoli per l’umanità. Dalla pubblicità predatoria alla distorsione dell’informazione, che spingono al rialzo il debito o stimolano l’incarcerazione di massa. E, nella maggior parte dei casi, minano alla democrazia. Secondo molti, i creatori di Big Data non stanno semplicemente cercando di descrivere e spiegare il comportamento umano, ma lo stanno dirigendo e manipolando.

Come l'analisi dei Big Data può essere dannosa
I ricercatori della Cambridge University e Microsoft hanno dato a 58.000 utenti Facebook statunitensi una varietà di test sulla loro personalità e intelligenza. Hanno scoperto che i like di Facebook (alle pagine) sono spesso correlati con il quoziente intellettivo e la coscienza. In questo modo, le persone che amano Mozart, i temporali e le patatine fritte su Facebook tendono ad avere QI più alti. Le persone che amano le motociclette Harley Davidson, il gruppo di musica country Lady Antebellum, o la pagina "Amo essere una mamma" tendono ad avere QI inferiori. Alcune di queste correlazioni possono essere dovute alla teoria della ‘dimensionalità’: se si testano abbastanza cose, alcune di queste si correlano in modo casuale. Giusto? Sbagliato? In tutta onestà, non si tratta di un problema del tutto nuovo. Le persone sono state a lungo giudicate da fattori non direttamente correlati alle prestazioni lavorative - la fermezza delle loro strette di mano, la pulizia del vestito. Ma il pericolo della rivoluzione dei dati è che, man mano che si quantifica la nostra vita, questi giudizi possono diventare più esoterici e più invadenti. Una migliore previsione può portare a una discriminazione più sottile e nefasta.Il miglioramento dei dati può anche portare ad un' altra forma di discriminazione, quella che gli economisti chiamano discriminazione dei prezzi. Le imprese spesso cercano di capire quale prezzo devono pagare per beni o servizi. Idealmente vogliono addebitare ai clienti il massimo che sono disposti a pagare. In questo modo, essi estraggono il massimo profitto possibile.