18 novembre 2019
Aggiornato 04:00
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Perchè se vi informate su Facebook non vi state informando affatto

I contenuti che vedete sono frutto di algoritmi che hanno imparato i vostri gusti e vi escludono, quindi, da qualsiasi altro tipo di informazione

Perchè se vi informate su Facebook non vi state informando affatto
Perchè se vi informate su Facebook non vi state informando affatto Shutterstock

ROMA - Provate a farci caso. Aprite la vostra app di Facebook e scorrete lungo la home delle news fed: è molto probabile che vi troviate di fronte post altamente interessanti, come se fossero stati confezionati apposta per solleticare il vostro intelletto. Li postano amici, conoscenti, pagine alle quali date, più o meno abitualmente, il vostro apprezzamento (tramite like o condivisioni). Se osservate attentamente, vi accorgerete, però, che gli argomenti sono - in linea di massima - sempre gli stessi. Il mondo si è fermato sui pancake al miele? Oppure sulle elezioni politiche della Germania? Oppure ancora sull’Industria 4.0? Non esattamente. Il mondo va avanti, produce contenuti e informazioni, solo che noi, su Facebook, non li vediamo.

Gli algoritmi ci rendono ignoranti
Noi italiani in modo particolare. A differenza di quanto accade negli Stati Uniti o nel Regno Unito, trascorriamo il 60% del tempo totale che dedichiamo all’uso dello smartphone su due app specifiche: Facebook e WhatsApp. Se quest’ultima viene adoperata per la comunicazione istantanea, la prima ci serve anche per informarci. Facebook è un pullulare pagine (e contenuti) editoriali che sulla piattaforma di Mark Zuckerberg hanno fondato la loro fortuna. Il punto fondamentale è che Facebook ci propone questi contenuti sulla base di algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning che imparano i nostri gusti. Il risultato? Se abbiamo dimostrato a questi codici di essere interessati, ad esempio, alle tematiche dell’economia innovativa, Facebook non farà altro che rimpinzarci di questi contenuti, chiudendoci in un vortice di informazioni unidirezionale e restituendoci nella realtà di tutti i giorni completamente ignoranti su qualsiasi altro argomento che esuli dalle nostre più strette preferenze.

Gli annunci pubblicitari che avevi dimenticato
Le informazioni editoriali, di fatto, sono solo la punta dell’iceberg, dal momento che Facebook si sta trasformando sempre più in un marketplace e non crediate che gli annunci pubblicitari non seguano questa logica. Una chicca. Pare che Facebook stia testando una funzionalità che permette di ‘ritrovare’ e ‘rivisitare’ gli annunci pubblicitari cliccati in precedenza. La funzione si chiamerebbe ‘Recent Ad Activity’, sarebbe stata completamente implementata negli Stati Uniti e mostrerebbe gli ultimi tre mesi degli annunci che l’utente ha cliccato, apprezzato, commentato o condiviso. La caratteristica potrebbe essere un vantaggio per gli inserzionisti Facebook che cercano di essere ‘onnipresenti’, dato che gli annunci sul social network non sono sempre permanenti. Recent Ad Activity potrebbe consentire alle persone di cliccare attraverso un vecchio annuncio e fare un nuovo acquisto. Questo inoltre potrebbe permettere a Facebook di competere meglio con Google e avvicinarsi al modello di motore di ricerca. Infatti, se abbiamo visto un annuncio sei settimane fa, ma non riusciamo a ricordarlo, potremo avere abbastanza dettagli per trovarlo su Google. Con Recent Ad Activity quegli utenti potrebbero ritornare da Facebook, cliccare nuovamente sull’annuncio e ‘regalare’ a Mark Zuckerberg tutti quei dati che gli servono per convincere gli inserzionisti a spendere di più. Utile? Sicuramente. Limitante? Ancora di più. Anche perchè potremo finire per acquistare solo scarpe col tacco di colore nero e gonne di pelle e sempre dello stesso brand, se abbiamo indicato a Facebook di essere più inclini a fare questo genere di acquisti.

Il valore dei dati
A fine 2017, secondo un’indagine condotta da Adecco in collaborazione con l’università Milano-Bicocca, il mercato dei Big Data dovrebbe raggiungere un volume pari a 275 milioni di euro. La crescita sarà molto consistente anche nei prossimi anni, tanto che al 2020 è previsto superare i 460 milioni di euro. Un calderone di informazioni che vengono vendute ai colossi e che fanno la loro fortuna. In questo contesto di dati e profilazioni, i nostri Big Dati, potranno mai avere quel valore economico tanto da essere considerati come una moneta di scambio? Probabilmente no. Così come molto probabilmente non saremo mai pagati per i dati che generiamo dato che, a generarli non siamo esattamente noi, ma degli algoritmi, che ci propongono sempre le stesse informazioni sulla base di alcuni dati che abbiamo inizialmente reso disponibili. Un cane che si morde la coda, dove i nostri Big Data non sono altro che il frutto di operazioni ripetute a cui siamo costretti da un meccanismo algoritmico che ci tiene lontani dal produrne altri. Questo circolo vizioso non può produrre valore economico per gli utenti, ma solo per chi i dati li utilizza, i grandi colossi tecnologici. E se pensavate che Facebook, prima o poi, avrebbe erogato un salario minimo sulla base delle informazioni che ogni giorno mettete a disposizione, beh… probabilmente dovrete ricredervi.