16 novembre 2018
Aggiornato 23:00

Industria 4.0, alle imprese servono 117mila tecnici per fare la rivoluzione

Secondo Confartigianato servono più di 117mila tecnici specializzati in innovazione che possano aiutare le imprese ad affrontare la rivoluzione industriale e tecnologica
Industria 4.0, alle imprese servono 117mila tecnici per fare la rivoluzione
Industria 4.0, alle imprese servono 117mila tecnici per fare la rivoluzione (Shutterstock.com)

TORINO - Sarà che l’avanzamento tecnologico corre più veloce della nostra capacità di apprendere, sarà che il Governo, attraverso il piano Industria 4.0, ha dato un’accelerata alle imprese italiane che, oggi, hanno bisogno di addetti in grado di far funzionare quelle tecnologie su cui lo stesso ministro Calenda ha tanto spinto e, prima di lui, tanti altri. Ne servono 117.560. E’ il personale con titoli di studio legati all’innovazione che le imprese prevedono di assumere tra luglio e settembre, secondo Confartigianato.

Chi cercano le imprese
In particolare, gli imprenditori sono a caccia di 32.570 diplomati in meccanica, meccatronica ed energia e di 13.350 diplomati in elettronica ed elettrotecnica. Alta anche la domanda, pari a 34.940 assunzioni previste, per la qualifica o il diploma professionale a 4 anni in meccanica, cui si somma la richiesta di 9.840 ingegneri elettronici e 8.550 ingegneri industriali. E sono soprattutto le micro e piccole imprese ad aver maggiore bisogno di queste figure professionali. Del resto, la domanda di robot industriali da parte delle aziende, è aumentata considerevolmente negli ultimi anni, con un numero di installazioni in Italia che non era mai aumentato così tanto nel passato, raggiungendo il più alto valore assoluto di vendita in un anno da sempre: ben 254mila unità. Tecnologia ed esperienza ci consentono, infatti, di essere il sesto produttore al mondo di robot industriali, dietro a colossi come Stati Uniti e Giappone.

La manodopera che manca
Di fronte a un incremento nelle vendite di robot industriali che raggiunge il 16% annuo, le imprese ora hanno bisogno di personale. Che le aziende, però, faticano a trovare. Secondo Confartigianato, tra le professioni più richieste e con maggiore difficoltà di reperimento vi sono gli addetti all’installazione di macchine utensili (introvabili per il 64% delle assunzioni previste) e gli addetti alla gestione di macchinari a controllo numerico (manca all’appello il 58% del personale necessario alle imprese). Problemi anche a reperire 14.990 operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche (pari al 43% del totale di questa qualifica richiesta dalle imprese) e 14.430 tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (39%).

Un ritorno di fiamma per l’apprendistato?
Sarà per questo che la formula del contratto di apprendistato, per i giovani, è cresciuta del 27,7% pari a 258.631 apprendisti assunti tra maggio 2016 e maggio 2017. Calcolatrice alla mano, grazie all’apprendistato, in un anno sono entrati nel mondo del lavoro 1.026 giovani al giorno. Numeri che fanno ben sperare, soprattutto se consideriamo che ad assumere sono state le micro e piccole imprese, dove le assunzioni con questo contratto arrivano all’11,5%, una quota doppia rispetto al 5,5% delle medie-grandi imprese. E sono sempre le piccole imprese ad aver fatto registrare al I trimestre 2017 un incremento di 157.160 posti di lavoro, pari al 77,3% dei nuovi occupati nel totale delle imprese. Sulla questione apprendistato, però, gli animi sono bollenti, soprattutto relativamente al "pacchetto crescita" che l'esecutivo intende presentare con la manovra d'autunno, l'ultima prima della fine della legislatura. Il Governo questa volta starebbe pensando a un dimezzamento dei contributi per le assunzioni, con un tetto a 3.250 euro, per i primi due o tre anni di contratto, agevolando le assunzioni under 29. Questa manovra ha creato disordini all’interno del Parlamento, con lo stesso presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, secondo cui questo modello ucciderebbe completamente i contratti di apprendistato.

Il bonus fiscale per la formazione 4.0
Ma quella dell’apprendistato potrebbe non essere l’unica soluzione possibile per colmare il gap di competenze tra manodopera e imprese. Dopo la pausa estiva, il piano Industria 4.0 dovrebbe entrare nella sua seconda fase già ribattezzata Lavoro 4.0 che mira, dopo gli investimenti fatti in questi mesi, a formare il capitale umano in vista delle sfide apportate dalla rivoluzione industriale. L’obiettivo del Governo è quello di realizzare uno schema di incentivi che dovrebbe poi confluire nella prossima legge di bilancio e che dovrebbero quindi spingere le imprese a realizzare dei programmi di formazione del capitale umano. Nella pratica dei fatti dovrebbe trattarsi di un bonus fiscale sulla formazione nella forma di un credito d’imposta per spese legate alla digitalizzazione dei processi produttivi, nella misura del 50% fino a 20 milioni di euro. Dello sgravio fiscale beneficerebbero sia le imprese che hanno già investito nelle nuove tecnologie sotto la spinta del piano Industria 4.0 e quindi ora hanno bisogno di formare lavoratori in grado di saper gestire e controllare la nuova strumentazione, sia tutte le PMI che, al momento, non hanno ancora avviato percorsi di digitalizzazione, ma che comunque abbiano intenzione di formare i  propri dipendenti in vista di un possibile cambiamento all’interno della produzione aziendale. Discussioni e test sono, attualmente, rimandati a settembre quando i ministeri si siederanno al tavolo delle tre ‘ministeriali’ del G7 Industria di Torino.

La forza degli ITS
Un’altra valida alternativa, anche se poco conosciuta, è rappresentata dagli ITS, gli istituti tecnici di alta formazione superiore, "scuole ad alta specializzazione tecnologica", nate per rispondere alla domanda delle imprese di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche. Formano tecnici superiori nelle aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo economico e la competitività  e costituiscono il segmento di formazione terziaria non universitaria (post diploma). La carta vincente? L’alternanza scuola-lavoro e la connessione con le aziende del territorio: ben il 90% di chi si diploma all’interno di un Istituto Tecnico Superiore trova lavoro entro un anno.