23 gennaio 2020
Aggiornato 01:00
primo maggio

La vittoria dello smart working e perchè non siamo più degli sfigati

Provate a chiederlo a chi lavorava da casa 10 anni fa: sicuramente si sarà beccato dello sfigato da un paio di amici e famigliari. Oggi, però, gli smart worker si sono presi le loro soddifazioni

La vittoria dello smart working e perchè non siamo più degli sfigati
La vittoria dello smart working e perchè non siamo più degli sfigati Shutterstock

ROMA - Chi ha cominciato a lavorare da remoto, come me, lo sa bene: 7-8 anni fa chi smanettava davanti al computer comodamente seduto sulla poltrona di casa era considerato uno ‘sfigato’, o meglio, qualcuno che non stava effettivamente lavorando. Non importava che mi alzassi alle 7.00 come tutti i lavoratori di questo mondo (e cominciassi effettivamente prima di loro perchè mi risparmiavo viaggio in bus e brioches al bar): ero sempre una sfigata. Mica come le altre compagne di università che avevano la propria scrivania in ufficio, con tanto di pianta grassa e foto famiglia. E così, di fronte, a chi prendeva la macchina o il tram per andare in ufficio ed effettivamente compiva un viaggio da casa al posto di lavoro, tu eri sempre quello che faceva finta di lavorare, che si accontentava («perchè figurati se lavorare da casa è un lavoro»).

Dalle origini: il telelavoro
Chissà quanto saranno state considerate sfigate dai loro famigliari e amici le prime cavie del telelavoro, diffusosi in Italia negli anni ’70 grazie allo sviluppo delle tecnologie informatiche. Erano i teleworkers, lavoravano da casa o in un luogo specifico decentrato dalla sede centrale, appunto. Ma mica bruscoletti, perchè loro una legge ce l’avevano e ce l’hanno ancora adesso. Con l’Accordo Quadro del 2004, il telelavoro deve seguire normative precise, come l’obbligo da parte del datore di eseguire ispezioni per assicurarsi regolarità nello svolgimento del lavoro, un adeguato isolamento dell’attività lavorativa da quella quotidiana e sicurezza, per il dipendente e per le apparecchiature tecnologiche utilizzate. Per quanto riguarda l’orario, il riposo è obbligatorio per 11 ore consecutive ogni 24 con astensione lavorativa dalla mezzanotte alle 5.

Smart working: il valore sta nel luogo
Di fatto lo smartworking è una naturale evoluzione del telelavoro, forse un po’ più boemien, artistoide, se vogliamo. Perchè la differenza fondamentale tra i due sta proprio nel luogo scelto dal lavoratore che, nel caso dello smart worker, potrebbe essere anche il ristorante giapponese alla fine della strada (quello a destra della stazione di Porta Nuova a Torino è fantastico e, chiaramente, ci ho lavorato un sacco di volte). Lo sviluppo della rete, della connessione Wi-Fi e della sua velocità, l’incremento di lavori sempre meno legati allo spazio e sempre più ancorati al cloud e a Internet, ha fatto sì che si creasse una condizione psicologica e lavorativa tale per cui oggi, per molte professioni, non è più importante il luogo in un cui si lavora, ma lo strumento. Strumento che, nella maggior parte dei casi, è il nostro computer. Che ci possiamo portare quindi al parco, al ristorante giapponese, sulla spiaggia al mare. L'importante è che ci sia una connessione Wi-Fi.

Ancora pochi progetti
Anche se si stima che in Italia gli smart worker siano circa 300mila, per le piccole medie imprese siamo ancora considerati degli sfigati (solo il 5% delle PMI ha realizzato progetti di smart working per i propri dipendenti). La situazione cambia se volgiamo lo sguardo alle grandi società che, si sa, hanno una visione (loro) più globale e cercano di seguire le orme delle Big Company americane (per fortuna): come la Ferrero, la Barilla o altre che hanno spedito parte della forza lavoro a casa, o alla pasticceria sotto casa, a lavorare con davanti computer e magari una cassatina siciliana. E nel 2016 hanno fatto questo il 30% di grandi società italiane. Ma l’Italia non ci delude mai e resta fanalino di coda nella classifica europea, quanto a lavoro agile (perchè credevate che potesse essere meglio degli altri Stati?).

Però abbiamo una legge
Piano piano la gente comincia a non considerarci più come degli sfigati e dei finti lavoratori, anche se di tempo ce n’è voluto. Anzi, adesso forse forse, siamo diventati anche dei privilegiati (e quindi veniamo guardati di sottecchi lo stesso). E poi adesso abbiamo anche una legge che ci tutela (deve ancora passare al Senato ma è cosa fatta praticamente). Il decreto, nella fattispecie, mira ad aumentare le tutele del lavoratore agile, maternità, malattie, infortuni. Più tutele, inoltre, nelle transazioni commerciali e contro i ritardi nei pagamenti. Per la prima volta poi arriva una definizione normativa del lavoro agile, il cosiddetto 'smart working'. Cambiano anche le regole in tema di formazione: vengono estesi gli sconti fiscali per le spese per corsi di formazione o aggiornamento, master, convegni e congressi. E, soprattutto, abbiamo la stessa parità di trattamento e retribuzione rispetto a un lavoratore che va tutte le mattine in azienda. L’importante è che ci mettiamo ben d’accordo con il nostro datore di lavoro e rispettiamo (tutti e due) gli obiettivi prefissati. Poi, di fatto, nulla mi vieta di lavorare sulle spiagge della California (o no?).

Forse un po’ sfigati lo siamo ancora
Diciamo che oggi, noi smart worker, nomadi digitali, un po’ di soddisfazioni ce le siamo prese da quando smanettavamo davanti al computer un po’ di anni fa. Anche se la strada è lunga e tortuosa. Di fatto, l’espansione dello smart working va al rallentatore come tutto il settore dell’innovazione. Ma ormai qui in Italia ci abbiamo fatto l’abitudine. Anche se non dovremmo perchè il «Si è sempre fatto così» non significa che quel «così» sia giusto. Qualcosa, però, forse sta cambiando. Risultato? Forse rimaniamo degli sfigati perché con zaino e computer appresso 24 ore su 24 lavoriamo molto più degli altri. Ma godiamo di una cosa che non ha prezzo. La libertà.