20 settembre 2019
Aggiornato 11:30
Cultura digitale

GammaForum, Amati: «Ok all'Open Innovation, ma prima insegnamo ai ragazzi l'inglese e il digitale»

L'Open Innovation non è l'unica via per le startup. Ma in Italia esiste un problema più grave: i giovani non sanno l'inglese e non conoscono il digitale

Questo è il settimo appuntamento settimanale dove noi di Diario Innovazione e l'associazione GammaDonna sviscereremo nel profondo il tema dell'open innovation e la capacità delle aziende di aprirsi ai nuovi processi culturali e produttivi.

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TORINO - «Possiamo parlare di innovazione e startup, ma forse prima dovremo insegnare ai ragazzi l’inglese e la digitalizzazione, perché purtroppo sono davvero pochi quelli che sanno sia l’una che l’altra cosa». A parlare è Anna Amati di META-Group, architetto e personaggio di spicco del panorama dell’innovazione, che - insieme ad altri - parteciperà all’ottavo Forum Nazionale dell’Imprenditoria Giovanile e Femminile organizzato da GammaDonna e in programma per il prossimo 10 novembre a Milano.

Una carriera tra aziende e innovazione
Una carriera trascorsa a occuparsi delle politiche di sviluppo economico e dei meccanismi alla base dell’innovazione di imprese e territori, dei meccanismi di valorizzazione dei risultati della ricerca universitaria e delle metodologie di scouting di tecnologie e soluzioni innovative. Ha sviluppato progetti e format (www.creativitycamp.eu) per stimolare lo spirito imprenditoriale in Italia e aumentare il numero di imprese innovative. Dal 2007 è Coordinatrice italiano della Global Entrepreneurship Week per la Kauffman Foundation e Coordinatore responsabile del GEC Milano 2015. E’ membro del Consiglio direttivo di ITALIA Startup, con delega all’Education.

Una popolazione di Millenials inconsapevoli
«In Italia solo il 5% della popolazione vive in ecosistemi innovativi - ci racconta Anna - mentre il 95% ne è eslcuso. Sono quelle che vengono definite periferie digitali. Non stiamo parlando di un concetto territoriale o geografico, ma di piccole aree all’interno delle stesse città dove vive e prolifera la cultura imprenditoriale. Delle nicchie che purtroppo sono frequentate sempre dalle stesse persone, mentre le altre ne rimangono escluse. E questo perché la popolazione italiana, specie quella dei Millenials, è inconsapevole di ciò che sta accadendo».  Un gap che dovrebbe essere colmato dalla scuola, ma che dovrebbe partire prima di tutto dai giovani. Giovani che non conoscono l’inglese, che non hanno mai sentito parlare di startup, che non fanno esperienze all’estero e sono inconsapevoli della rivoluzione digitale che sta coinvolgendo il nostro mondo. E neppure se ne curano. «Da quando sono diventata membro del Consiglio direttivo di ITALIA Startup, con delega all’Education sento una forte responsabilità verso i giovani per cercare di accelerare la loro presa di consapevolezza verso il cambiamento - dice Anna -. In Italia chi si occupa di innovazione è una ristretta minoranza che, troppo spesso, non riesce a fare la differenza. Pensate al numero delle startup: 6mila iscritte al Registro delle Imprese, contro una popolazione di quasi 60 milioni. E’ impensabile poter essere incisivi». Un gap culturale, difficile da colmare, ma che prima di tutto dovrebbe partire dalla formazione.

L’open innovation non è l’unica strada per le startup
Da una parte una popolazione giovanile che, per la maggior parte, resta esclusa dagli strumenti più importanti come l’inglese e il digitale, dall’altra un sistema che brilla di luce propria, le startup, che sempre più frequentemente vedono nell’open innovation una soluzione per crescere. Del resto, secondo quanto riporta l’ultimo report presentato a Smau sull’open innovation e il corporate venture capital, sempre più aziende stanno acquisendo startup innovative: «Non deve essere però l’unica strada da percorrere - dice Anna -. I tempi sono cambiati e per le corporate è conveniente acquisire startup. Queste però non significa che debbono fare shopping di tecnologia a basso costo. Credo sia riduttivo dire che l’open innovation è il futuro delle startup: queste devono essere indipendenti. Se poi si vengono a creare partnership con le corporate per aumentare le vendite non può che essere positivo, ma non è l’unica via da percorrere. Noi abbiamo il compito di assistere le startup proprio per non farsi svalutare».