23 febbraio 2020
Aggiornato 20:00
Intervista esclusiva

Sergio Romano: «Vi spiego come Putin ha ricostruito la Grande Russia e dove sbaglia l'Occidente»

In occasione della fiera dell'editoria milanese «Tempo di Libri», abbiamo incontrato Sergio Romano, già ambasciatore alla Nato e a Mosca e autore del libro «Putin. La ricostruzione della Grande Russia» edito da Longanesi

MILANO - In occasione della fiera dell'editoria milanese «Tempo di Libri», abbiamo incontrato Sergio Romano, già ambasciatore alla Nato e a Mosca, editorialista del «Corriere della Sera» e autore del libro «Putin. La ricostruzione della Grande Russia». Un libro in cui Romano traccia magistralmente le specificità della cultura, della politica e di quello che potrebbe definirsi «lo spirito russo», anche e soprattutto in virtù della straordinaria e ricchissima storia del Paese.

Il grande merito di Putin
Ed è proprio lì, secondo l'ambasciatore, che si annidano i primi equivoci che possono considerarsi alla base delle attuali divergenze tra Mosca e l'Occidente. Divergenze rispetto alle quali, ribadisce, l'Ovest ha le sue grandi responsabilità. Ciò che più fatichiamo a capire della Russia è che guidare un Paese tanto grande, tanto esteso, e tanto vario dal punto di vista entico è un'impresa titanica, che necessariamente richiede il soccorso di un'ideologia unificante. Un'ideologia cioè, condivisa, e che sia in grado di realizzare una sintesi di un passato tanto sfaccettato e per certi versi difficile da sostenere. E' questo il grande merito di Vladimir Putin: l'aver saputo operare tale sintesi, attingendo dal grande passato degli zar e non cancellando i segni degli anni del comunismo (per il quale pure, secondo Romano, oggi non prova spiccata simpatia). Un'ideologia nobilitata anche attraverso la religione e il culto: non a caso la Chiesa ortodossa, in questo delicato processo, ha ricoperto un ruolo fondamentale.

Il grande errore dell'Occidente
In tale scenario, uno degli errori dell'Occidente è quello di arrogarsi il diritto di giudicare il grado di democrazia della Russia, denunciando la pagliuzza nell'occhio altrui e ignorando la trave nel proprio. Un atteggiamento evidente nelle politiche aggressive messe in atto dalla Nato, che si è stesa a ridosso e oltre i confini della vecchia Unione sovietica. Un territorio che è indissolubilmente legato a Mosca, e con il quale Mosca non può che rivendicare l'esclusività di quel legame. Putin, insomma, non può che considerare un atto di aggressione quanto accaduto in Ucraina, e prima ancora in Georgia; così come non può evitare di sentirsi minacciato dal continuo tentativo dell'Alleanza atlantica di espandersi oltre i vecchi confini dell'Urss. 

Chi siamo per giudicare?
In questo senso, secondo Romano, la Nato ha perso una grande occasione: quella che pareva profilarsi a Pratica del Mare nel 2002, quando i leader della Nato si incontrarono con Putin e si accordarono per creare un consiglio Nato-Russia. A quei tempi, si ebbe quasi l'impressione che l'Alleanza potesse trasformarsi in un organizzazione per la sicurezza collettiva nel Continente europeo. Le cose, però, sono andate molto diversamente, al punto che oggi l'aria che si respira nei rapporti tra Mosca e l'Occidente profuma di un revival della Guerra fredda. Ma le continue accuse che l'Ovest rivolge alla Russia, per Romano, poggiano su un equivoco di fondo: «[...] la democrazia è ancora un modello virtuoso che l'Europa delle democrazie malate e gli Stati Uniti delle sciagurate avventure mediorientali [...] hanno il diritto di proporre alla Russia?», si domanda l'autore nel suo libro. E la risposta è implicita nelle righe successive: «Dovremmo piuttosto chiederci se alla base dell'autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie stanno dando di se stesse».