25 maggio 2022
Aggiornato 03:00
I Giochi termometro geopolitico

Gli amici e i nemici di Pechino

Putin presenza più importante, mentre l'assenza che stride di più, in contrasto con le asserite dichiarazioni di eterna fratellanza, è quella della Corea del Nord e del leader nordcoreano Kim Jong Un

Il Presidente cinese, Xi Jinping con il suo omologo russo, Vladimir Putin
Il Presidente cinese, Xi Jinping con il suo omologo russo, Vladimir Putin Foto: kremlin.ru

PECHINO - La lista dei presenti e degli assenti alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali di Pechino, che si terrà oggi, fornisce una mappa abbastanza attendibile di come il nuovo mondo multipolare si sta configurando attorno a una delle superpotenze destinate a dominarlo: la Cina, appunto. E questa mappa riserva anche qualche sorpresa, quanto meno a chi non pratica le dinamiche, spesso un po' misteriose, della politica est-asiatica.

Certamente l'assenza che stride di più, in contrasto con le asserite dichiarazioni di eterna fratellanza, è quella della Corea del Nord e del leader nordcoreano Kim Jong Un. Ed è un'assenza che potrebbe irritare ancor di più Pechino, alla luce dell'escalation di test missilistici condotti da Pyongyang a ridosso della tregua olimpica.

La Corea del Nord ha annunciato a gennaio, con una lettera, la sua assenza dalla manifestazione accusando «gli Usa e le loro forze vassalle di fare di tutto contro la Cina in modo da impedire un'apertura delle Olimpiadi con successo», ma nello stesso tempo spiegando che questa ostilità e la pandemia impediscono ai suoi funzionari e atleti di partecipare. Ciononostante Pyongyang offre il suo «pieno sostegno ai compagni cinesi affinché tengano splendide e meravigliose Olimpiadi». L'augurio, tuttavia, non è stato accompagnato da un sereno warm-up dell'evento, visto che la Corea del Nord ha caratterizzato il suo inizio anno con una serie di test missilistici proseguiti fino all'ultimo giorno disponibile prima della tregua olimpica, che inizia sette giorni prima dell'apertura e continua fino a sette giorni dopo la chiusura.

Sullo sfondo di questa «coltellata alle spalle» c'è il fallimento dei tentativi del presidente sudcoreano Moon Jae-in di utilizzare l'occasione olimpica per arrivare a una formale dichiarazione di fine guerra (e parliamo della Guerra di Corea del 1950-53, mai formalmente dichiarata conclusa e interrotta semplicemente sulla base di un armistizio). Con le precedenti Olimpiadi invernali di Pyeonchang Moon riuscì a promuovere un processo di disgelo tra Nord e Stati uniti, sotto l'occhio favorevole del presidente cinese Xi Jinping. Quel tentativo, un po' naif, non ha tuttavia portato a nulla di concreto e Pyongyang oggi non è propensa ad allentare il suo rigido isolamento anti-Covid per mandare funzionari e atleti a Pechino in modo da arricchire il parterre della grande celebrazione cinese. C'è da scommettere che, se ci fosse qualcosa di più concreto in ballo, il leader nordcoreano avrebbe certamente avuto un approccio più aperto alle Olimpiadi invernali.

Paradossalmente, quindi, Kim sarà assente come i suoi peggiori nemici. Non ci sarà una delegazione diplomaticha degli Stati uniti; non ci sarà il primo ministro giapponese Fumio Kishida e alcun componente del governo nipponico; non ci sarà neanche Moon, anche se Seoul, attenta alle relazioni col potente vicino, non aderisce al boicottoggio promosso dagli Usa e invia a Pechino il ministro dello Sport Hwang Hee e il presidente dell'Assemblea nazionale Park Byeong-seug.

La posizione della Corea del Sud, un po' a metà tra il vado e non vado, è condivisa da diversi altri paesi, anche alleati degli Stati uniti. Tra questi l'Italia, per la quale avrebbe dovuto essere presente la sottosegretaria allo Sport e pluriolimpionica Valentina Vezzali, che tuttavia ha dovuto rinunciare perché bloccata dal Covid. Al suo posto l'ambasciatore italiano a Pechino Luca Ferrari.

Scelta simile da parte della Francia, che ha inviato a Pechino la ministro dello Sport Roxana Maracineanu, mentre la Germania ha una posizione meno chiara. Sebbene Berlino non abbia annunciato la partecipazione ad alcun boicottaggio, dopo che il nuovo cancelliere Olaf Scholz si è unito alla lista dei ministri i quali hanno annunciato che non andranno all'apertura dei Giochi, a rappresentare la Germania non è previsto alcun funzionario o diplomatico, tanto che il leader bavarese Markus Soeder ha protestato col governo federale chiedendo al governo di Berlino di garantire almeno una presenza.

Il fronte del boicottaggio vero e proprio, invece, oltre a Stati uniti e Giappone, al momento conta su Australia, Regno unito, Canada e paesi europei come l'Olanda, la Lituania e la Danimarca. Come motivazione formale del boicottaggio, i governi che vi aderiscono hanno addotto le violazioni dei diritti umani, in particolare quelle che sarebbero perpetrate nello Xinjiang nei confronti della minoranza musulmano-uigura. La Cina ha risposto che i promotori del boicottaggio «pagheranno inevitabilmente il prezzo di questo sgarbo».

In effetti più che l'effetto sulle Olimpiadi, le adesioni, le mezze adesioni e i boicottaggi diplomatici finiscono per essere una conta di chi si è avvicinato o si sta avvicinando alla sinosfera, chi osserva o comunque mantiene aperta una comunicazione e chi, infine, si mette di traverso.

La lista dei presenti, cioè di quelli che si pongono come interlocutori vicini a Pechino, è lunga. Almeno una trentina tra leader e alti esponenti della politica e della diplomazia stranieri saranno presenti alla cerimonia d'apertura. E certamente il nome più pesante è quello del presidente russo Vladimir Putin, impegnato in queste settimane nella questione ad altissima tensione dell'Ucraina. Il leader russo è stato il primo capo di stato ad aver annunciato la sua partecipazione lo scorso anno, a riprova di un rapporto di amicizia tra Pechino e Mosca che si consolida alla luce della comune ostilità, (poco) cordialmente ricambiata, nei confronti degli dagli Stati uniti.

Oltre a quella russa, però, è interessante dare un'occhiata anche alle altre presenze. E, nel guardare quel parterre, si comprende quanto l'Iniziativa Belt and Road (BRI) per la Nuova Via della Seta, con i suoi imponenti investimenti infrastrutturali, abbia un'importanza geopolitica notevole. Sono molti i paesi dell'Asia centrale che hanno deciso di inviare i loro leader: Kazakistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Uzbekistan. E sarà ovviamente presente il primo ministro pachistano Imran Khan, il paese della regione che più è coinvolto nella BRI.

In questa ottica va letta anche la partecipazione di Andrzej Duda, il presidente polacco: la Polonia - paese Ue - è considerata un hub europeo per la BRI. Altrettanto, la Serbia è un link fondamentale per la strategia infrastrutturale eurasiatica della Cina. E non a caso il presidente Aleksandar Vucic sarà alla cerimonia.

Non stupisce particolarmente, inoltre, la partecipaizone di leader di diversi paesi del Medio Oriente e del mondo arabo, a partire dal principe della corona dell'Arabia saudita, Mohammed bin Salman, passando per l'emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, per arrivare al presidente dell'Egitto Abdel Fattah al Sisi: non solo la Cina è il più importante cliente per il petrolio di questa regione, ma con Belt and Road sta incuneandosi nel vuoto geopolitico che sta creando il graduale disimpegno statunitense nella regione. (di Antonio Moscatello)