15 agosto 2020
Aggiornato 12:30
Giappone

La teoria dell'albero e del bosco: il metodo-Giappone anti-COVID

Solo fortuna? O, invece, ci sono elementi culturali e ragionamenti scientifici che hanno contribuito ad alleggerire la situazione giapponese?

La teoria dell'albero e del bosco: il metodo-Giappone anti-COVID
La teoria dell'albero e del bosco: il metodo-Giappone anti-COVID ANSA

Se c'è un mistero nella pandemia da nuovo coronavirus è come abbia fatto il Giappone, pur prevedendo solo restrizioni relativamente morbide e non mettendo in campo imponenti risorse diagnostiche, a evitare di essere investito dalla crisi COVID-19. Solo fortuna? O, invece, ci sono elementi culturali e ragionamenti scientifici che hanno contribuito ad alleggerire la situazione giapponese?

A chiederlo sono in molti e, guardando i dati del contagio nel Sol levante, c'è certamente da provare invidia: 17.292 contagi accertati a oggi, con 920 morti. Un dato oggettivamente molto contenuto, il migliore tra i Paesi del G7, su una popolazione complessiva che conta 126 milioni di abitanti, il doppio dell'Italia che di casi ne ha a oggi oltre 235mila e di morti 34mila.

Come mai Tokyo è stata sostanzialmente risparmiata? Ci sono molte spiegazioni di natura culturale che sono state avanzate negli ultimi mesi: la scarsa tendenza dei giapponesi ad avvicinarsi e toccare l'interlocutore, la tradizionale aderenza alle richieste dell'autorità, persino le peculiari caratteristiche della lingua giapponese che - secondo una fantasiosa teoria avanzata da un linguista - permetterebbe di parlare senza produrre troppi 'droplet'. Tutti ragionamenti che non soddisfano e che rasentano pericolosamente teorie sull'eccezionalismo giapponese (spesso definite dagli esperti come 'nihonjinron') screditate e senza alcun valore scientifico.

Invece, man mano che il successo giapponese appare chiaro all'estero, cominciano a delinearsi meglio gli elementi della strategia che Tokyo ha adottato per affrontare il nuovo coronavirus e che si è dimostrata vincente nonostante lo scetticismo di molti che hanno visto, per mesi, nella poca propensione nipponica a effettuare test un tentativo di bluffare sui numeri. Si può però bluffare per un certo periodo di tempo e, soprattutto, è difficile nascondere in un paese democratico le morti se aumentano in maniera massiccia.

Invece il successo nipponico nella lotta al COVID-19 pare sempre più da addebitare a due caratteristiche: la tempestività e l'esperienza. A favorire Tokyo, d'altronde, è stato anche il fatto che il Giappone si è trovato ad affrontare, in precedenza, la H1N1 nel 2009 e ancor prima la SARS nel 2002 e quindi ad aver già messo a punto una serie di procedure che si sono dimostrate utili in questa prima metà di 2020.

Era il giorno di San Valentino, il 14 febbraio, quando - mentre i 'department store' di Tokyo erano pieni di folla che si affrettava ad acquistare il tradizionale cioccolato - il primo ministro Shinzo Abe annunciava: «Ho deciso di rafforzare la strategia di prevenzione (del coronavirus), dando incarico a un comitato di specialisti». Due giorni dopo una dozzina di massimi esperti delle università nipponiche in materia facevano la loro prima riunione. Va anche detto che questo comitato era stato persino anticipato da alcune prefetture, un delle quali aveva già formato il suo comitato di esperti il 29 gennaio. Una risposta, insomma, il più possibile tempestiva.

A capo della commissione fu installato Takaji Wakita, un virologo di grande fama. Il suo vice, Shigeru Omi, particolarmente apprezzato da Abe, presto divenne famoso perché partecipava alle conferenze stampa con il primo ministro con l'altra giacca, quella di capo di una commissione consultiva del governo. Un altro nome da ricordare è quello dell'epidemiologo dell'Università di Hokkaido, Hiroshi Nishiura, che è l'estensore della famosa teoria 'dell'80 per cento': cioè se i cittadini giapponesi fossero riusciti (in maniera del tutto volontaria) a tagliare dell'80 per cento i loro contatti interpersonali, allora nello spazio di un mese il virus non avrebbe più circolato.

Ma, al di là di questa nota teoria, quali sono stati gli elementi strategici che hanno consentito al Giappone di contenere il virus? Una descrizione l'ha fornita nell'ultimo numero di 'Gaiko', la rivista ufficiale del Ministero degli Esteri nipponico, uno dei componenti del comitato scientifico, il virologo dell'Università di Tohoku Hitoshi Oshitani, anche lui nella commissione scientifica.

«Quando New York è stata investita (dal COVID), mi si diceva che anche Tokyo avrebbe subito la stessa sorte. Tuttavia, il primo caso rilevato nella città di New York risale al primo marzo. Ebbene, è impensabile che, nonostante in Cina già dalla fine dello scorso anno e anche in Giappone dal 15 gennaio fossero stati individuati dei contagi, nella città di New York in cui si recano viaggiatori da tutto il mondo, non ce ne fosse nemmeno uno», spiega Oshitani. «E' molto probabile che fino a marzo - accusa il virologo - a New York si siano fatti sfuggire molti contagi e questo spiega la pessima situazione in cui versa oggi la città. Se anche a Tokyo avessero fatto la stessa cosa, oggi saremmo nella stessa situazione di New York».

Una questione, quindi, in primo luogo di tempestività. Ma non solo: «Se si guarda ai risultati dei paesi occidentali, appare evidente come le misure prese in Giappone siano state efficaci. La differenza sta nell'approccio al contagio. Per dirla in poche parole: l'approccio giapponese è stato quello di guardare al quadro complessivo osservando il bosco, quella di New York e dell'Occidente è stata quella di guardare al singolo albero». Fuor di metafora, Oshitani spiega che in Occidente si è puntato a effettuare test a tappeto attorno a ogni singolo contagiato per individuare tutti gli infetti e cercare così di isolare il virus. Invece in Giappone l'approccio è stato quello 'di evitare di lasciarsi sfuggire le grandi fonti di contagio', cioè i cosiddetti 'cluster'. Anche a costo di consentire una qualche circolazione del virus, senza cercare di strozzarla, in Giappone si è andati ossessivamente alla ricerca dei principali cluster.

Questa strategia che ha badato più ai grandi 'spreader' che ai singoli casi, ha consentito di non mettere sostto stress eccessivo le capacità diagnostiche e di cura, a partire dalle terapie intensive che, se l'epidemia avesse avuto dimensioni più rilevanti, non sarebbero state probabilmente in grado di reggere l'urto.

C'è anche un elemento culturale a spiegare questo differente approccio. In Occidente è stato adottato un atteggiamento pugnace nei confronti del virus. 'Sono particolarmente numerosi i casi di politici ma anche di studiosi che usano metafore belliche, come quella di 'guerra contro il nuovo coronavirus» nota il virologo. Invece in Giappone, a suo dire, già dall'antichità la gente è entrata in contatto con grandi epidemie, come quella di vaiolo del 735-737, in cui perì un terzo della popolazione nipponica. 'In qualche modo le persone sono consapevoli della forza ineluttabile delle epidemie e l'accettano', spiega, ricordando che ci sono anche esempi di culti religiosi come quello di Hoshoshin, il 'demone del vaiolo', a personificare questo modo di vedere il male. D'altronde, spiega ancora lo scienziato, la convivenza con la malattia è, in un certo senso, una caratteristica comune delle società asiatiche e questo spiega il successo pieno o relativo di paesi come Taiwan o la Corea del Sud.

Una delle critiche più aspre che il Giappone ha dovuto affrontare rispetto alla sua strategia anti-COVID è stata quella di aver voluto nascondere il numero dei contagi non facendo test. In effetti, il numero di test effettuati in Giappone non arriva a 400mila mentre in Italia siamo a dieci volte tanto. Ma Oshitani respinge completamente le critiche per due motivi. Il primo è basato sull'esperienza: quando nel 2009 il Giappone dové vedersela con la nuova influenza H1N1, la gente corse a fare i test e i laboratori - dove attendevano anche con la febbre il responso per ore - diventarono immediatamente luoghi perfetti di diffusione del contagio. Inoltre, l'adozione precoce dei test in America ha messo in luce tutta una serie di problematiche qualitative dei kit importati dalla Cina.

Questo non vuol dire che il Giappone non abbia commesso errori nella sua strategia anti-COVID. Per esempio è stato lento nell'adottare le restrizioni di viaggio, così che ha consentito a 1.000-2.000 persone contagiate di arrivare dall'Europa o dagli Stati uniti. Questo ha prodotto di fatto una seconda ondata di contagi, dopo i primi arrivati dalla Cina.

(con fonte Askanews)