11 dicembre 2019
Aggiornato 14:30

Libia, Tobruk avverte l'Italia: «Con Sarraj arrivano i migranti»

Il Ministro degli Esteri: «Per traghettare il Paese verso una nuova Libia bisogna risolvere il caos delle armi, alimentato dall'assenza del governo da Tripoli»

Nave
Nave ANSA

TRIPOLI - La crisi in corso in Libia «non è politica» ma è legata a «un problema di sicurezza» che se non verrà risolto rapidamente «si trasferirà a tutto il Mediterraneo e nel mondo». Abdulahdi Ibrahim Lahweej è in missione a Roma. E' il ministro degli Esteri del governo di Tobruk, nell'Est della Libia: «L'unico legittimato dal popolo, che lo ha eletto», ci tiene a precisare. Ha incontrato parlamentari ed esponenti di partiti politici, poi ha parlato alla stampa ad un evento organizzato dall'Istituto Friedman. E da qui ha lanciato un messaggio all'Italia e all'Unione europea: a Roma e Bruxelles «non conviene» sostenere l'attuale governo di Tripoli, perché oggi la capitale «è controllata dalle milizie e fino a quando la situazione resterà tale, sulle vostre coste arriveranno i barconi con i migranti». La Libia, ha insistito Lahweej, oggi «ha un problema di sicurezza. Per uscirne e traghettare il Paese verso una nuova Libia bisogna risolvere il caos delle armi, alimentato dall'assenza del governo da Tripoli. Ci sono 21 milioni di pezzi d'armi, una buona parte di queste arriva alle milizie della capitale dal Qatar e dalla Turchia», ha sottolineato.

A Tripoli, in realtà, un governo c'è

E' quello di Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, non dalla parte che Lahweej è venuto a rappresentare in Italia, quella che riconosce nel generale Khalifa Haftar uno dei suoi leader. «Le nostre forze armate hanno creato stabilità a Bengasi. Ora abbiamo un programma per liberare Tripoli e raccogliere tutte le armi, istituire il governo del popolo», ha affermato il ministro. «Vogliamo un paese nuovo, democratico, che rispetti gli esseri umani, senza prigioni. Un governo dove vige la legge, dove non ci siano più immigrazione e traffico di esseri umani». E' il 'modello Tobruk', quello che Lahweej dipinge come «sicuro, efficiente, capace di creare occupazione, economicamente florido e libero da ogni minaccia di terrorismo». Un modello di Stato che Tobruk intende estendere a tutta la Libia, fino a Tripoli e oltre. Al momento, ha spiegato, il suo governo controlla «il 90% del Paese». Ma il problema è il restante 10%. E' quella parte di territorio controllato da Sarraj e «gestito dalle milizie», che «lucrano sull'immigrazione e il traffico di esseri umani».

In Libia c'è una guerra

L'immigrazione - per Lahweej è inconfutabile - «parte da Tripoli perché lì il governo legittimo è assente. Non ci sono partenze dalle coste dei territori controllati dal nostro esecutivo, perché noi siamo responsabili, il nostro Parlamento è responsabile. Le nostre forze armate proteggono coste e confini», insiste il ministro, che non vede una soluzione politica prima che sia risolta la questione della sicurezza. Per Lahweej «non è possibile parlare di democrazia ed elezioni in Libia se il Paese non esce da questo caos». E tutte le conferenze per la Libia organizzate fino ad oggi, «compresa quella di Palermo» voluta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, saranno destinate a un totale fallimento senza che si ponga fine al ricorso sistematico alle armi. «Vogliamo che i Paesi dell'Unione europea comprendano bene ciò che accade in Libia» e, dopo aver risolto la questione della sicurezza, il governo di Trobruk è disposto a discuterne anche in una nuova conferenza internazionale. Per il momento però in Libia c'è una guerra. «E' la guerra per liberare Tripoli, e speriamo che sia l'ultima», ha confermato il ministro degli Esteri di Tobruk, esprimendo rammarico per il mancato rispetto degli Accordi di Skhirat, firmati nel 2015, che a suo dire avrebbe evitato il caos.

Nella costruzione della Libia del futuro anche l'Italia avrà un ruolo

«Al vostro Paese ci legano forti relazioni storiche, politiche, economiche e culturali», ha precisato Lahweej. «Vogliamo riconfermare il Trattato di amicizia Italia-Libia del 2008. Desideriamo che anche l'Italia, che è un paese amico, investa da noi, come già fanno nel nostro territorio alcune società americane e cinesi». Infine, bisogna trovare con Roma «una soluzione definitiva al problema dell'immigrazione, perché quella di bloccare in mare i barconi con i migranti non funziona». Le risorse impiegate sull'immigrazione, inoltre, potrebbero essere «investite diversamente», «in progetti per l'Africa, allo scopo di creare lavoro e non fornire più alibi alle partenze». Solo così, ha concluso il ministro, la Libia sarebbe un paese diverso, «libero dai migranti», «dalle milizie e dalle bande fuorilegge». Un Paese «democratico, civile, aperto a tutti», «senza il rumore assordante delle pistole».