27 giugno 2019
Aggiornato 15:30
Politiche europee

«Cherchez la femme», i leader al lavoro per nuove nomine UE

Sono due le decisioni più importanti che hanno preso i capi di Stato e di governo dei Ventotto al loro vertice informale a Bruxelles sulle nuove nomine per i vertici delle istituzioni dell'UE

Per la Presidenza della Commissione UE, la candidatura più forte è oggi sicuramente quella della danese Margrethe Vestager
Per la Presidenza della Commissione UE, la candidatura più forte è oggi sicuramente quella della danese Margrethe Vestager ( ANSA )

BRUXELLES - Sono due le decisioni più importanti che hanno preso i capi di Stato e di governo dei Ventotto al loro vertice informale ieri sera a Bruxelles sulle nuove nomine per i vertici delle istituzioni dell'Ue.

La prima è stata l'attesa bocciatura della richiesta del Parlamento europeo di designare come candidato alla presidenza della Commissione uno degli «Spitzenkandidat» (candidati capilista) indicati dai partiti europei; questo significa, in sostanza che la lista delle candidature non è chiusa, ma più aperta che mai, e che stanno per spuntare alcuni candidati «ombra», cioè finora non dichiarati, ma probabilmente molto forti.

La seconda, più che una decisione è una promessa, quella di rispettare la parità di genere. Una promessa fatta in particolare il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk e il presidente francese Emmanuel Macron, ed è la promessa della parità di genere: delle quattro posizioni di vertice da assegnare, almeno due dovranno andare a candidate donne. Tusk ha anche riferito che questo è comunque un obiettivo largamente condiviso nel Consiglio. Poi, come sempre, bisognerà anche assicurare un certo equilibrio geografico/demografico (fra gli Stati membri del Nord Europa, del Sud e dell'Est, fra paesi piccoli e grandi), nonché politico (riguardo all'appartenenza a uno o l'altro dei tre partiti europei maggiori).

Come conseguenza di queste due novità, cominceranno ora a emergere i nomi delle possibili candidate ai diversi posti, all'improvviso rese più forti dalla necessità di rispettare la promessa. Vediamo di si parla di più, per ora, a Bruxelles.

Per la Commissione, la candidatura più forte è oggi sicuramente quella della danese Margrethe Vestager. E' già molto conosciuta e apprezzata per il suo ottimo lavoro, e per le sue capacità comunicative nello spiegare le sue decisioni, come commissaria alla Concorrenza. E' liberale, e i Liberali sono la forza politica che ha ottenuto il migliore risultato alle elezioni europee, in termini di aumento di seggi (seguita da Verdi e sovranisti).

La commissaria danese, che ha appena ottenuto l'appoggio esplicito del suo governo (espressione di una maggioranza di diverso orientamento), potrebbe incassare in più, a breve, il sostegno dei Verdi, che ne stanno discutendo in queste ore. E' possibile che ottenga anche quello dei Socialisti, ma solo dopo che apparissero sicuramente compromesse le chance del loro «Spitzenkandidat», Frans Timmermans, che per ora è ancora in «pole position».

Paradossalmente, la debolezza maggiore di Vestager oggi potrebbe essere proprio quella di essere una degli «Spitzenkandidat». Perché, sebbene Tusk abbia assicurato che questo non dovrebbe «squalificare» nessun candidato, designando lei il Consiglio europeo rischierebbe di smentire sé stesso, perché finirebbe in pratica con l'applicare per la seconda volta, dopo Jean-Claude Juncker, proprio il metodo che il Parlamento europeo voleva imporre, e che i leader dell'Ue hanno bocciato.

La chiave di questo dilemma ce l'ha Macron: se lui, che è il campione della battaglia contro il metodo degli «Spitzenkandidat» accetterà di sostenere Vestager, perché è competente, ha una forte capacità di leadership, e in più è anche donna e liberale (cioè della stessa famiglia politica del presidente francese), è difficile che altri diano importanza a quella contraddizione.

Macron, comunque, potrebbe avere altre due ragioni per non appoggiare la danese: due candidati francesi alla presidenza della Commissione. Il primo, già semi-ufficiale (lo stesso Macron lo ha già menzionato come una possibilità), è il negoziatore capo dell'Ue per la Brexit, Michel Barnier. Il secondo, ancora un «dark horse», è il ministro dell'Economia di Parigi, Bruno Le Maire.

Il presidente francese ha anche una terza possibile scelta fra i candidati francesi, e questa volta si tratta di una donna: Christine Lagarde, attuale direttore del Fmi ed ex ministro delle Finanze, a suo tempo apprezzatissima dalla stampa internazionale a Bruxelles per le sue eccellenti spiegazioni delle decisioni dell'Eurogruppo. Lagarde, che politicamente fa riferimento al Ppe, finora non è mai stata citata in modo esplicito, ma è anche l'unica possibile candidata non per uno, ma per due dei posti in lizza: la presidenza della Commissione e quella della Banca centrale europea, dove fra qualche mese scade il mandato dell'italiano Mario Draghi.

Altre due donne potrebbero entrare nella corsa per la successione all'italiana Federica Mogherini come Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza comune: l'attuale presidente della Repubblica lituana Dalia Grybauskayté, ex commissaria europea prima alla Cultura e poi al Bilancio; e soprattutto la bulgara Kristalina Georgieva, direttore esecutivo e presidente ad interim della Banca Mondiale, nonché più volte commissaria europea (agli Aiuti umanitari, alla Cooperazione e Sviluppo e infine al Personale e Bilancio). Guardando al criterio geografico, entrambe provengono dall'Europa centro-orientale, in più, da due paesi «piccoli». E, volendo, potrebbero essere candidate anche a un posto più alto dell'Alto Rappresentante: la Grybauskayté alla presidenza del Consiglio europeo, e la Georgieva alla presidenza della Commissione.

Non si può terminare questa lista, infine, senza citare la possibile, anche se al momento considerata improbabile, candidatura della cancelliera tedesca Angela Merkel alla presidenza del Consiglio europeo.

Difficile immaginare un candidato più forte e più naturale per un posto che doveva dare autorità e un volto riconoscibile e prestigioso (oltre che «un numero di telefono», come diceva Henry Kissinger) all'Unione europea come potenza mondiale. Ma la cancelliera, che ormai è a fine carriera politica nel suo paese, non ha mai mostrato alcun appetito per questa candidatura, e il suo rifiuto di prenderla in considerazione è sempre sembrato sincero.

Certo, se Merkel volesse condividere davvero, nei fatti, e non solo a parole, la determinazione a «rilanciare l'Europa» mostrata da Macron, contro la marea montante sovranista che vorrebbe smantellarla, potrebbe benissimo cambiare idea. Chissà.