19 marzo 2019
Aggiornato 20:00
Stati Uniti

«Cane pazzo» Mattis dice addio al Pentagono citando Lincoln

Il segretario alla Difesa: «L'esercito dà il meglio in tempi difficili». Il suo addio c'è stato nel giorno in cui Donald Trump ha attaccato via Twitter, senza citarli espressamente, lo stesso Mattis e John Kelly definendoli «generali falliti»

Jim Mattis, ex segretario alla Difesa americano
Jim Mattis, ex segretario alla Difesa americano ANSA

NEW YORK - Nel suo ultimo giorno nei panni di segretario alla Difesa, il dimissionario Jim Mattis ha incitato i dipendenti del dipartimento e i soldati a continuare ad avere fede negli Stati Uniti dicendo che il Pentagono dà il meglio in tempi difficili. Il suo addio c'è stato nel giorno in cui Donald Trump ha attaccato via Twitter, senza citarli espressamente, lo stesso Mattis e l'uscente capo di gabinetto John Kelly definendoli «generali falliti» che si sono opposti al ritiro dei soldati americani dalla Siria e al dimezzamento di quelli in Afghanistan.

In una lettera ai suoi sottoposti Mattis ha citato il 16esimo presidente americano, Abraham Lincoln, che il primo febbraio 1865, verso la fine della Guerra civile, scrisse un telegramma al generale Ulysses Grant per dire: «Non lasciate che nulla cambi, ostacoli o posticipi i vostri movimenti o piani militari». Il cosiddetto «cane pazzo» ha aggiunto: «Il nostro dipartimento ha dimostrato di dare il meglio nei momenti più difficili. Quindi, tenete fede al nostro Paese e siate inamovibili, insieme ai nostri alleati, contro i nostri nemici». Mattis si è detto «fiducioso che ognuno di voi non si sia fatto distrarre dalla nostra missione, su cui abbiamo giurato, di sostenere e difendere la Costituzione mentre proteggiamo il nostro modo di vivere».

Nella lettera ai dipendenti del dipartimento della Difesa, il segretario uscente non ha citato Trump. D'altra parte lui si è dimesso il 20 dicembre scorso proprio perché in disaccordo sulla ritirata statunitense dalla Siria, mossa di cui non fu nemmeno messo al corrente dal presidente Usa. Teoricamente Mattis aveva previsto di restare in carica fino alla fine di febbraio, ma un Trump arrabbiato dal contenuto della sua lettera di dimissioni ha poi annunciato su Twitter che il generale se ne sarebbe andato il 31 dicembre.​​​​​​​ Mattis chiuderà la sua esperienza travagliata da segretario alla Difesa con una telefonata a Patrick Shanahan, da fine 2017 suo vice e scelto da Trump come successore ad interim; è un ex executive di Boeing senza precedenti esperienze in politica.

Intanto Trump, in uno dei suoi tweet di fine 2018, ha difeso la sua strategia in Siria. «Ho fatto campagna per il ritiro dalla Siria e da altri posti», ha scritto oggi in un 'cinguettio' dicendo che ora si ritira anche «dai media che producono fake news» e prende le distanze da «qualche generale fallito che non ha saputo fare il suo lavoro prima che io arrivassi o che si lamenta di me e delle mie tattiche, che stanno funzionando. Sto solo facendo quello che dissi avrei fatto!»

Il suo tweet sembra smentire quanto sostenuto ieri dal senatore Lindsey Graham, secondo cui il Commander in chief potrebbe cambiare idea sulla sua strategia relativa al ritiro dei soldati. Secondo il repubblicano della South Carolina, la prima e unica visita di soldati americani fatta Trump (a Natale) in un luogo di combattimento (l'Iraq) ha lasciato un segno nel presidente. La Casa Bianca per ora non ha commentato. Certo è che Trump ha già fatto un passo indietro rispetto alla sua posizione iniziale: il 23 dicembre, dopo una telefonata con il presidente turco, Trump ha parlato di un «lento e coordinato» ritiro dei soldati americani dalla Siria. D'altra parte, sostengono i critici, l'Isis è tutt'altro che sconfitto. E come ha detto Graham, «se ce ne andiamo ora, i curdi verranno macellati», quei curdi in Siria che gli Usa hanno sostenuto nella lotta contro il terrorismo e che ora, senza Washington, si affidano al presidente siriano Bashar al-Assad per evitare di finire vittime della Turchia di un Erdogan che li considera terroristi per via delle loro ambizioni di autonomia politica. In Siria, così come in Turchia e Iraq.