18 dicembre 2018
Aggiornato 21:30

Marrone: «È l'Ucraina che provoca Putin: la verità che l'Occidente non vuole vedere»

Il presidente della rappresentanza in Italia della Repubblica del Donbass fa il punto della crisi al DiariodelWeb.it: «Così Poroshenko maschera la sua debolezza»

Maurizio Marrone, presidente della rappresentanza in Italia della Repubblica del Donbass, sulla crisi tra Russia e Ucraina si sentono diversi punti di vista e i due Paesi si continuano a rimpallare le responsabilità. Ci può fare il punto su quanto sta accadendo?
La crisi nel mar d'Azov, partita dalla scaramuccia navale nello stretto di Kerch, è chiaramente un segnale di debolezza politica da parte della leadership ucraina e del presidente Poroshenko. E le ragioni sono squisitamente di politica interna. A marzo 2019 si dovrebbero tenere le elezioni in Ucraina e tutti i sondaggi danno il presidente in carica addirittura quinto, sotto al 10% dei consensi. Per capirci, se fossero confermati, non arriverebbe neanche al secondo turno. Quindi ha giocato la carta di questa provocazione, peraltro scaturita da un'azione ucraina: perché sono ucraine le navi militari che hanno varcato le acque territoriali russe. In questo modo intende fissare la legge marziale e rafforzare un po' il suo potere.

Poroshenko vuole rimandare le elezioni?
O rimandarle, perché è possibile che questo stato di guerra venga prolungato, oppure quantomeno gestire la campagna elettorale da leader di un Paese in guerra, quindi con una serie di restrizioni alla vita democratica interna. Questo, tra l'altro, è dimostrato anche dal fatto che l'Ucraina ha vissuto nel 2014-2015 una guerra feroce nel Donbass, la parte orientale, con diecimila morti e l'utilizzo diretto dell'esercito, e in quel caso non è stata emessa nessuna legge marziale. Paradossalmente, invece, viene promulgata adesso, dopo una scaramuccia che per fortuna non ha provocato nessun morto. Se aggiungiamo che sulle navi erano anche presenti ufficiali dei servizi di sicurezza ucraini, questa è la prova del nove.

Quindi Putin ha ragione a parlare di provocazione intenzionale?
Assolutamente. Anche perché nasce da problemi di politica interna ucraina, ma alza la temperatura di una crisi che invece è globale. Si tratta di una mossa davvero irresponsabile, su cui anche la Nato tenterà di inserirsi. Gli Stati Uniti, che hanno provocato questa destabilizzazione con il voto di Maidan nel 2014, hanno tutto l'interesse a rafforzare questo regime e non vederlo crollare sotto le prossime elezioni presidenziali. E, dall'altra parte, non essendo riusciti in quest'ultimo anno ad ottenere l'ok dell'Onu alla missione dei caschi blu in Donbass, adesso con queste scaramucce cercano di potenziare, o addirittura inaugurare, una presenza ufficiale della Nato in mar Nero, per ampliare la propria frontiera est verso Mosca.

Tanto è vero che anche Trump ha colto l'occasione per raffreddare nuovamente i rapporti con Putin, probabilmente anche lui mosso da questioni di politica interna.
Sì. Come spesso capita, gli Stati Uniti attivano delle destabilizzazioni per inserirsi, e poi non riescono a gestirle. Lo abbiamo visto in Medio Oriente, e ora lo vediamo con ancora più preoccupazione in Ucraina, che è alle porte del nostro continente. Paradossalmente, se questa crisi passerà, come è probabile, da un prolungamento o un inasprimento delle sanzioni economiche alla Russia, anche l'Italia ne pagherà i danni. Le attuali sanzioni, che vanno avanti da quasi cinque anni, si sono rivelate del tutto inutili, ma costano alle nostre imprese quasi un miliardo di mancati export ogni anno.

Anche dall'ultimo G20 è emersa una posizione della comunità internazionale largamente contraria a Putin.
Purtroppo sì. E prescindendo del tutto dalla situazione oggettiva: tutti fingono di dimenticarsi che queste navi ucraine che hanno scatenato la crisi hanno varcato le linee delle acque territoriali russe, che erano così fin da prima dell'ammissione della Crimea. Quindi si è trattato di una violazione cercata. Il paradosso è che si continua ad addebitare a Putin la prosecuzione della crisi, quando i singoli fattori scatenanti, i gesti che turbano i protocolli di pace, provengono sempre dalla parte ucraina. Eppure Poroshenko viene sempre sostenuto, a prescindere dal merito, dall'Unione europea e dagli Stati Uniti, solo per partigianeria politica.

C'è qualche prospettiva positiva all'orizzonte, o la crisi è destinata a proseguire?
Il vero problema è l'Occidente. Se Trump riuscisse a recuperare una vera leadership in politica estera, alla quale al momento ha rinunciato, verosimilmente per colpa del Russiagate, basterebbe implementare i protocolli di pace di Minsk, magari inserendo una missione dei pace dei caschi blu, ma non di occupazione di tutta l'Ucraina orientale. A quel punto si potrebbe ripetere il referendum, consentendo alla popolazione di decidere se avvicinarsi alla Federazione russa o se invece rimanere in Ucraina. Purtroppo, però, finché dei gesti continuano a restituire la parola alle armi, e non c'è la volontà di trovare una soluzione politica al conflitto, è difficile sperare in un esito pacifico. Sicuramente, se Mosca avesse voluto davvero attaccare militarmente l'Ucraina, il mondo intero se ne sarebbe accorto: ma non sono queste le intenzioni del Cremlino.

Maurizio Marrone, presidente della rappresentanza in Italia della Repubblica del Donbass, sulla crisi tra Russia e Ucraina si sentono diversi punti di vista e i due Paesi si continuano a rimpallare le responsabilità. Ci può fare il punto su quanto sta accadendo?
La crisi nel mar d'Azov, partita dalla scaramuccia navale nello stretto di Kerch, è chiaramente un segnale di debolezza politica da parte della leadership ucraina e del presidente Poroshenko. E le ragioni sono squisitamente di politica interna. A marzo 2019 si dovrebbero tenere le elezioni in Ucraina e tutti i sondaggi danno il presidente in carica addirittura quinto, sotto al 10% dei consensi. Per capirci, se fossero confermati, non arriverebbe neanche al secondo turno. Quindi ha giocato la carta di questa provocazione, peraltro scaturita da un'azione ucraina: perché sono ucraine le navi militari che hanno varcato le acque territoriali russe. In questo modo intende fissare la legge marziale e rafforzare un po' il suo potere.

Poroshenko vuole rimandare le elezioni?
O rimandarle, perché è possibile che questo stato di guerra venga prolungato, oppure quantomeno gestire la campagna elettorale da leader di un Paese in guerra, quindi con una serie di restrizioni alla vita democratica interna. Questo, tra l'altro, è dimostrato anche dal fatto che l'Ucraina ha vissuto nel 2014-2015 una guerra feroce nel Donbass, la parte orientale, con diecimila morti e l'utilizzo diretto dell'esercito, e in quel caso non è stata emessa nessuna legge marziale. Paradossalmente, invece, viene promulgata adesso, dopo una scaramuccia che per fortuna non ha provocato nessun morto. Se aggiungiamo che sulle navi erano anche presenti ufficiali dei servizi di sicurezza ucraini, questa è la prova del nove.

Quindi Putin ha ragione a parlare di provocazione intenzionale?
Assolutamente. Anche perché nasce da problemi di politica interna ucraina, ma alza la temperatura di una crisi che invece è globale. Si tratta di una mossa davvero irresponsabile, su cui anche la Nato tenterà di inserirsi. Gli Stati Uniti, che hanno provocato questa destabilizzazione con il voto di Maidan nel 2014, hanno tutto l'interesse a rafforzare questo regime e non vederlo crollare sotto le prossime elezioni presidenziali. E, dall'altra parte, non essendo riusciti in quest'ultimo anno ad ottenere l'ok dell'Onu alla missione dei caschi blu in Donbass, adesso con queste scaramucce cercano di potenziare, o addirittura inaugurare, una presenza ufficiale della Nato in mar Nero, per ampliare la propria frontiera est verso Mosca.

Tanto è vero che anche Trump ha colto l'occasione per raffreddare nuovamente i rapporti con Putin, probabilmente anche lui mosso da questioni di politica interna.
Sì. Come spesso capita, gli Stati Uniti attivano delle destabilizzazioni per inserirsi, e poi non riescono a gestirle. Lo abbiamo visto in Medio Oriente, e ora lo vediamo con ancora più preoccupazione in Ucraina, che è alle porte del nostro continente. Paradossalmente, se questa crisi passerà, come è probabile, da un prolungamento o un inasprimento delle sanzioni economiche alla Russia, anche l'Italia ne pagherà i danni. Le attuali sanzioni, che vanno avanti da quasi cinque anni, si sono rivelate del tutto inutili, ma costano alle nostre imprese quasi un miliardo di mancati export ogni anno.

Anche dall'ultimo G20 è emersa una posizione della comunità internazionale largamente contraria a Putin.
Purtroppo sì. E prescindendo del tutto dalla situazione oggettiva: tutti fingono di dimenticarsi che queste navi ucraine che hanno scatenato la crisi hanno varcato le linee delle acque territoriali russe, che erano così fin da prima dell'ammissione della Crimea. Quindi si è trattato di una violazione cercata. Il paradosso è che si continua ad addebitare a Putin la prosecuzione della crisi, quando i singoli fattori scatenanti, i gesti che turbano i protocolli di pace, provengono sempre dalla parte ucraina. Eppure Poroshenko viene sempre sostenuto, a prescindere dal merito, dall'Unione europea e dagli Stati Uniti, solo per partigianeria politica.

C'è qualche prospettiva positiva all'orizzonte, o la crisi è destinata a proseguire?
Il vero problema è l'Occidente. Se Trump riuscisse a recuperare una vera leadership in politica estera, alla quale al momento ha rinunciato, verosimilmente per colpa del Russiagate, basterebbe implementare i protocolli di pace di Minsk, magari inserendo una missione dei pace dei caschi blu, ma non di occupazione di tutta l'Ucraina orientale. A quel punto si potrebbe ripetere il referendum, consentendo alla popolazione di decidere se avvicinarsi alla Federazione russa o se invece rimanere in Ucraina. Purtroppo, però, finché dei gesti continuano a restituire la parola alle armi, e non c'è la volontà di trovare una soluzione politica al conflitto, è difficile sperare in un esito pacifico. Sicuramente, se Mosca avesse voluto davvero attaccare militarmente l'Ucraina, il mondo intero se ne sarebbe accorto: ma non sono queste le intenzioni del Cremlino.