13 dicembre 2018
Aggiornato 22:00

Superare le sanzioni e aprire al dialogo con la Russia: tutti i vantaggi di un percorso di pace che il mondo chiede

Gravi perdite per l'export italiano: combattiamo una guerra senza senso contro un nemico inesistente. Invertire la rotta è doveroso
Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (EPA/YURI KOCHETKOV)

ROMA - Con una prevedibile mossa, lo scrittore Roberto Saviano ha dichiarato che dietro Matteo Salvini si muove la Russia di Vladimir Putin. Ora, del contesto mondiale si può pensare qualsiasi cosa, e perfino i revanscismi del maccartasimo statunitense degli anni Cinquanta possono tornare utili nella quotidiana polemica politica. Ma ridurre la portata della complessità culturale, e politica, dell'attuale momento storico a un'accusa elementare e manichea, non fa onore allo scrittore campano. Non viviamo più negli anni Cinquanta: i jeans, gli hamburger e il rock and roll sono ormai patrimonio comune anche tra i vecchi nemici russi. In questa sede analizziamo la portata della russoisteria, passo successivo alla russofobia, ulteriore involuzione culturale di un mondo senza valori e obbiettivi, da un punto di vista economico-sociale per il nostro Paese. Della Russia, del suo presidente, dei suoi duecento milioni di abitanti possiamo disinteressarci? Cosa generano queste sparate alla Saviano - ma lui è solo uno dei tanti che fanno ben altri danni - nella vita quotidiana degli italiani? Chi pensano di colpire? Putin? La Russia? Davvero?

Le sanzioni: chi colpiscono?
Le sanzioni alla Russia hanno, senza ombra di dubbio, fiaccato ulteriormente le imprese italiane. Vorremmo vedere rilanciata la domanda interna, vorremmo avere la forza di poter fare a meno delle esportazioni in generale: ma purtroppo l'assetto economico globale impedisce di essere ciò che fummo nel tempo del boom post-bellico. E l'unico sviluppo possibile è dato dall'export della nostra industria. In questo senso, rinunciare al commercio con la Russia è un suicidio: in nome di cosa non si sa. Le esportazioni italiane verso la Russia sono cresciute di 8,3 miliardi tra il 2000 e il 2013 (da 2,5 miliardi di euro a 10,8 miliardi), nel biennio 2014-15 - quindi il periodo immediatamente successivo alle sanzioni - si è registrato un calo di 3,7 miliardi. Un nuovo crollo per l’export italiano in Russia è stato registrato nel 2016: -5,3%. L’export italiano è ritornato a crescere nel 2017 portandosi a quasi 8 miliardi di euro, in aumento del 19,3% rispetto al 2016.

Cosa sta succedendo in Russia?
Qualcosa che era facilmente prevedibile per chiunque conosca un minimo la storia di quel Paese. La Russia ha deciso di autoorganizzarsi, e immense risorse sono destinate allo sviluppo di prodotti, in ogni settore merceologico, in grado di sostituire quelli d'importazione bloccati dalle sanzioni. Si è creato così un meccanismo perverso: l'Italia non esporta più i suoi prodotti, esporta i suoi tecnici. Che vanno a vivere in Russia, i famosi cervelli in fuga, e formano le maestranze locali per produrre il Made in Italy fabbricato in Russia, Nel settore caseario è un fenomeno molto noto e diffuso. La Russia giunge da quasi un secolo di autoproduzione: è un gusto loro quello di riuscire a reagire da solo, con le loro forze, alle pressioni occidentali. Il nazionalismo russo, di cui oggi molto si parla in termini di «scoperta», ha radici che risalgono a Ivan IV e trovano pieno sviluppo negli anni del comunismo. Nel nostro réportage lo abbiamo raccontato in modo approfondito.

Cosa non piace all'occidente censore
Si sanziona il sovranismo russo, accusandolo di inquinare la cultura della cosmopolita Europa, e parallelamente gli si fornisce strumenti per svilupparsi. Un processo schizofrenico, da cui non emerge quale sia il nostro obbiettivo. Forse colpire economicamente la potenza russa, affinché il governo collassi in una crisi economica? Se questo è il percorso logico bisogna fare i conti con la realtà. Le sanzioni non hanno intaccato l'economia russa; che, invece, ha reagito sviluppando la produzione interna. La Russia ha vacillato invece «grazie» alla guerra sul prezzo del petrolio imposta da Arabia Saudita e Stati Uniti, volta a far tenere il prezzo dell'oro nero a un livello tale – perfino intorno ai 25-30 dollari – da mettere in ginocchio Russia, Iran e Venezuela. I russi hanno certamente patito questa guerra ma ora il prezzo è tornato a 60 dollari al barile, e il presidente Putin può permettersi di chiedere all'Opec di non far crescere troppo il valore dell'oro nero per non creare fiammate inflazionistiche in Europa. Il tutto, mentre uno dei due Paesi al centro della guerra petrolifera, l'Arabia Saudita, scopre che le sue casse pubbliche si sono prosciugate. L'Italia, in questo scenario, rimane stritolata. Perché la Russia può fare a meno dei nostri prodotti made in Italy, seppur a grande malincuore perché il marchio «Italia» è amatissimo, mentre noi non possiamo fare a meno degli idrocarburi russi. E, ovviamente, il ragionamento vale per Francia, Germania e Spagna. La vicenda assume contorni paradossali, e drammatici, per noi, se ci si confronta con il Pil russo, in forte ripresa nel 2018, dopo aver registrato un segno positivo anche nel 2017.

Cosa vogliamo dalla Russia?
Non è chiaro nemmeno quale sia il fine di queste sanzioni. La condizione della Crimea è irreversibile. La condizione siriana è irreversibile. L'influenza russa nella geopolitica globale è connaturata al suo ruolo di super potenza militare dotata di arsenale nucleare. Anche questa condizione è irreversibile. Mire espansionistiche da parte russa, sebben propagandate dai mezzi comunicazione occidentali, non sono realmente credibili. Cosa chiede la Russia? La fine dell'assedio militare ai confini, il blocco della corsa a nuovi armamenti, la fine di accuse tanto infamanti quanto risibili, come quelle provenienti dalla Gran Bretagna inerenti il caso Skripal. Di fronte al fallimento della tenaglia mediatico-economica, di fronte alla resistenza – ci sono abituati, hanno avuto Breznev e possono resistere a tutto – della Russia è necessario rivalutare l'approccio verso quel mondo. I Mondiali di calcio hanno dimostrato quanto la Russia abbia il sincero desiderio di aprirsi al mondo. Vivere dentro schemi del passato, superati e ridicoli, è il peggio affare che si possa fare con la Russia. Mentre ben altri potrebbero essere chiusi.