Referendum Catalogna

Puigdemont spiega il vero motivo per cui è andato in Belgio

Il presidente catalano destituito spiega le vere ragioni per cui è andato nel cuore dell'Unione europea

Il presidente catalano destituito Carles Puigdemont
Il presidente catalano destituito Carles Puigdemont (EPA/STEPHANIE LECOCQ)

BARCELLONA - «Chiedo all’Europa di reagire», per difendere i valori «della democrazia, della libertà, della libertà d’espressione, dell’accoglienza e della non violenza. Permettere al governo spagnolo di non accettare il dialogo con noi, e di tollerare invece la violenza dell’estrema destra, di imporsi militarmente e metterci in prigione per 30 anni, tutto questo sarebbe la fine di un’idea di Europa. Un errore enorme che tutti pagheremmo troppo caro». E’ questo il messaggio principale che il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, ha indirizzato alle istituzioni europee nel corso di un’affollatissima conferenza stampa a Bruxelles insieme a diversi suoi ministri. La prima, forse, di una serie, di un governo autonomo destituito dalle autorità centrali che in Spagna non potrebbe più riunirsi, e che proprio oggi ha aperto un sito web usando il dominio dell’Ue, visto che i suoi siti originari catalani sono stati soppressi dal governo di Madrid.

"Non ho chiesto asilo politico in Belgio"
Puigdemont, comunque, ha chiarito subito di non essere venuto a chiedere l’asilo politico al Belgio (anche perché deve essere stato sconsigliato dal farlo, visto le scarse possibilità che la domanda possa essere accolta), ma di essere venuto a Bruxelles «come cittadino europeo» perché questa «è la capitale dell’Unione europea», e perché in Catalogna non c’erano più per lui e il suo governo né la sicurezza, né le condizioni per poter continuare a lavorare tranquillamente, né la garanzia della neutralità della magistratura che li accusa. Inoltre, ha sottolineato, restare in Catalogna avrebbe probabilmente fornito al governo di Madrid il pretesto per scatenare la repressione violenta già vista il giorno del referendum, il primo ottobre scorso.

La motivazione, stando alle sue parole
«Abbiamo deciso – ha spiegato Puigdemont – di venire non in Belgio, ma a Bruxelles, che è la capitale dell’Europa. Siamo cittadini europei e possiamo circolare liberamente. Siamo qui per essere più liberi e tranquilli e non esposti a minacce. Da quando il governo spagnolo ha deciso illegittimamente di destituirci, tutti i membri delle istituzioni catalane, e anche il ministro dell’Interno e il capo della polizia che avevano diretto le indagini sull’attentato di Barcellona non hanno più alcuna protezione. Quando la polizia spagnola ha preso il controllo delle forze di polizia catalane, hanno deciso di non dare alcuna protezione ai membri del governo», ha riferito il leader indipendentista. «Siamo qui per cercare garanzie che per ora non ci sono per noi in Catalogna», ha continuato Puigdemont mettendo chiaramente in causa l’indipendenza e la neutralità della magistratura spagnola che accusa i membri delle istituzioni autonome catalane. E a chi chiedeva quanto a lungo pensi di restare in Belgio, ha risposto: «Dipende dalle circostanze. Certo, se ci fosse la garanzia di un trattamento equo e se fosse garantito un processo giusto, con la separazione dei poteri, non ci sarebbero dubbi: tornerei immediatamente. Ma dobbiamo poter continuare a lavorare ed è per questo che venerdì sera abbiamo deciso per questa strategia».

La denuncia e il "grave deficit democratico"
«La denuncia del procuratore generale spagnolo – ha affermato -, è la prova del comportamento aggressivo del governo», un procuratore «che è stato assunto dal governo spagnolo e che conferma la posizione di Madrid contro la Catalogna». Si tratta di una denuncia, ha sottolineato, «che non è sostenibile giuridicamente, che si riferisce a fatti politici e che persegue idee, persone e non delitti e che chiede per ciascuno di noi 30 anni di prigione», ha sottolineato Puigdemont, denunciando «il grave deficit democratico» di cui si è fatto carico il governo spagnolo. «Noi – ha puntualizzato – non fuggiamo di fronte alla giustizia, ci confronteremo, ma politicamente». «Se fossimo rimasti in Catalogna con un atteggiamento di resistenza – ha aggiunto -, io sono convinto, in base a informazioni ricevute, che ci sarebbe stata una reazione di enorme violenza da parte dello Stato, com’è già successo il primo ottobre (il giorno del referendum, ndr). Ma io non voglio più esporre i miei concittadini a una simile violenza. Non vogliamo fornire pretesti. E’ per questo che agiamo in modo da non contribuire ad alimentare questo clima di scontro, ma comunque agendo contemporaneamente come governo».

"Noi rispetteremo le elezioni, lo faccia anche Madrid"
Infine, Puigdemont ha sfidato il governo di Madrid a rispettare il risultato delle prossime elezioni, anche se in Catalogna dovessero vincere gli indipendentisti. «Noi rispetteremo – ha assicurato – i risultati delle elezioni convocate per il 21 dicembre, come abbiamo sempre fatto, quale che sia il risultato. Ma chiedo al governo spagnolo: faranno lo stesso? Voglio un impegno chiaro da parte dello Stato: sono pronti a rispettare un risultato che dia la maggioranza agli indipendentisti o no? Sono pronti a rispettare il risultato elettorale, quale che sia? Noi lo faremo», ha concluso. Con uno scarno comunicato stampa del premier Charles Michel, il governo belga ha sottolineato che Carles Puigdemont «non è a Bruxelles né su invito, né su iniziativa del governo», ma semplicemente perché come cittadino europeo gode della libertà di circolazione garantita dalle regole di Schengen. Il leader indipendentista catalano «sarà trattato come qualsiasi altro cittadino europeo, con gli stessi diritti e doveri, né più né meno», ha assicurato Michel.