23 febbraio 2020
Aggiornato 21:30
Referendum Catalogna

Rajoy sceglie il pugno duro contro la ribellione catalana: adesso basta, la misura è colma

Mariano Rajoy ha scelto una strada durissima e irta di ostacoli: in un’escalation pregna di pericoli, che ha prodotto allarme in Europa e fa tenere col fiato sospeso la Spagna, ora tutti gli occhi sono puntati su cosa faranno l’esecutivo catalano e i sostenitori dell’indipendenza

BARCELLONA - In questo sabato mattina la Catalogna si risveglia sotto il diretto controllo di Mariano Rajoy. Il premier spagnolo ha assunto direttamente la presidenza della Catalogna e i suoi ministri le altre competenze. Il maggiore Josep Lluìs Trapero, capo dei Mossos d'Esquadra, è stato ufficialmente destituito: il Boletin Oficial del Estado ha pubblicato il decreto con il quale il Governo di Spagna assume le funzioni e le competenze che corrispondono al presidente della Generalitat della Catalogna, come previsto nello statuto di autonomia. Di fatto è l'avvio del commissariamento della Regione nell'ambito dell'articolo 155 della Costituzione, la cui applicazione è stata approvata venerdì dal Consiglio dei ministri e ratificata dal Senato, a Madrid. Rajoy ha dunque scelto di rispondere con misure drastiche alla dichiarazione d’indipendenza proclamata dalle autorità della regione autonoma, prima con la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont e lo scioglimento del Parlamento catalano e poi con l’indizione di elezioni anticipate il 21 dicembre.

E adesso?
In un’escalation pregna di pericoli, che ha prodotto allarme in Europa e fa tenere col fiato sospeso la Spagna, tutti gli occhi sono ora su cosa faranno l’esecutivo catalano e i sostenitori dell’indipendenza: ci saranno dimissioni del governo di Barcellona? Ci sarà una resistenza pacifica dei secessionisti? Nella capitale spagnola oggi è prevista una marcia di protesta contro la dichiarazione d’indipendenza della Catalogna, che punta soprattutto sull’illegittimità costituzionale del processo d’indipendenza innescato col referendum che era stato dichiarato illegale dal Tribunale costituzionale. Ieri e nella notte a Barcellona e in altre città catalane in migliaia hanno celebrato la mozione approvata dal parlamento regionale per l’indipendenza, passato con 70 voti contro 10 e due astensioni. I parlamentari catalani anti-indipendenza hanno disertato la riunione come forma di protesta.

La prima volta da Franco
La decisione di revocare i poteri indipendenti catalani probabilmente farà infuriare molti in una regione di circa 7,5 milioni di abitanti che hanno sempre avuto una considerevole autonomia, con il controllo sull’educazione, sulla sanità e sulla polizia con i Mossos d’Esquadra. Non a caso, uno dei primi atti è stata proprio la dismissione del capo della polizia regionale José Luis Trapero. E’ la prima volta che il governo centrale revoca l’autonomia di una regione dai tempi della dittatura di Franco. Rajoy sta applicando l’articolo 155 della Costituzione e, per questo, è accusato di «autoritarismo» da esponenti della Catalogna.

Tutti con Madrid
La resistenza potrebbe prendere la forma di proteste di piazza e scioperi, come già accaduto dal primo ottobre, quando l’afflusso al voto nel referendum autonomista è stato ostacolato da un intervento vioelnto della polizia. I leader catalani, in seguito a quel referendum hanno detto che il 90 per cento degli elettori hanno votato sì. Ma l’affluenza al voto è stata solo del 43 per cento. Puigdemont, parlando dopo la dichiarazione d’indipendenza, ha chiesto agli attivisti di «mantenere la pressione», ma in maniera pacifica. La vicepremier spagnola Soraya Saenz de Santamaria incontrerà oggi i segretari di stato incaricati di prendere il controllo dei ministeri regionali catalani. Il governo spagnolo ha ricevuto il sostegno dei suoi alleati europei e degli Stati uniti. L’Unione europea, in particolare, è preoccupata delle spinte nazionalistiche e secessioniste, dopo la drammatica decisione della Gran Bretagna di lasciare il blocco lo scorso anno. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha insistito che Madrid «resta il nostro unico interlocutore».