Il rebus Russia

Dopo Trump e la Brexit, per l'Occidente anche il referendum catalano è «colpa» di Putin

Indovinello. Chi è, per l'Occidente, l'indiretto ma reale responsabile della crisi tra Spagna e Catalogna, che naturalmente rema per la secessione della seconda? Indizio: è lo stesso che è stato indicato come colpevole della vittoria di Trump, della Brexit e di ogni 'sciagura' possa riguardare l'Occidente

Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (ANSA/HAND OUT MANDATORY CREDIT)

MOSCA - Indovinello. Chi è, secondo l'Occidente, l'indiretto ma reale responsabile della crisi tra Spagna e Catalogna, che naturalmente rema per la secessione della seconda? Indizio: è lo stesso che è stato indicato come colpevole, anche questa volta indiretto ma non troppo, della Brexit, della vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e di qualunque altra sciagura possa riguardare o aver riguardato l'Occidente. Ovviamente, stiamo parlando di Vladimir Putin in persona, che, dopo essere stato accusato di aver utilizzato i propri potenti mezzi di hackeraggio e di propaganda a favore del nuovo presidente Usa, della separazione della Gran Bretagna dall'Ue e della vittoria (obiettivo poi mancato) di Marine Le Pen alle presidenziali francesi - il tutto per destabilizzare l'Occidente -, oggi è sospettato di tifare per la causa degli indipendentisti catalani. 

Le accuse di El Pais
In prima fila tra gli accusatori, David Alandete, direttore editoriale del maggior quotidiano progressista ispanico, El Pais. A suo avviso, a sostenere l’indipendentismo catalano, ha scritto il 22 settembre scorso, «c’è la stessa macchina di notizie false di  cui la Russia s’è servita per indebolire gli Stati Uniti e l’Unione Europea», che «dispiega tutta la sua potenza in Catalogna, secondo le analisi dettagliate dei siti pro-russi e dei profili Facebook condotte da questo giornale». Alandete ha aggiunto: «Dopo le campagne occulte a favore del Brexit, di Marine Le Pen e dell’ultradestra tedesca, il Cremlino ha visto nell’indipendentismo catalano un’altra opportunità di allargare le fratture europee e consolidare la sua influenza internazionale».  I mezzi usati per perpetrare questa «oscura propaganda» sarebbero «pagine web che pubblicano voci di attivisti come Julian Assange, di una legione di robots  digitali e  milioni di  pagine automatiche sui social media per assicurare che le menzogne siano condivise milioni di volte su Internet». Fra i complici di Putin, Alandete addita «Justin Raimondo, director del sitio web AntiWar y activista antiglobalización», che per di più presenta nel suo curriculum, come gravissimo indizio della sua colpevolezza, l’aver «appoggiato Trump».

Le accuse
I sospetti del giornalista di El Pais si moltiplicano nel corso dei giorni seguenti, quando ha denunciato, rispettivamente, che «Siti pro-russi pubblicano storie in inglese, spagnolo, russo e  tedesco dove equiparano la crisi in Spagna ai conflitti in Crimea e in Kurdistan», che «Hacker russi aiutano a tenere attivo il web referendario», in quanto i siti secessionisti, chiusi dalla polizia in Spagna, sono emigrati su server «russi o di satelliti», e che «Le reti pro-russe aumentano del 2 mila per cento la loro attività a favore del referendum in Catalogna».

Se anche fosse...?
Era naturalmente solo questione di tempo perché, dopo il Russiagate – passato «misteriosamente» in sordina ora che Trump sembra essersi adeguato alle richieste del deep state – e tutte le altre circostanze in cui l’establishment è uscito sconfitto, anche la Catalogna venisse inserita nella lunga lista dei misfatti di Putin. E la cosa sarebbe quasi divertente, se non rivelasse una tragica propensione, da parte dell’Occidente, a fomentare lo scontro e a disconoscere la trave nel proprio occhio per concentrarsi sulla pagliuzza nascosta in quello del nemico. Posto che, ad oggi, ancora nessuna prova acclarata e concreta è emersa sulla effettiva responsabilità della Russia in tutto ciò che le viene imputato, anche se ammettessimo l’esistenza di una qualche influenza propagandistica di Mosca o addirittura provassimo l'effettiva colpevolezza degli ormai famosi «hacker russi» al servizio del Cremlino, non saremmo comunque giunti al cuore della questione.

Colpa di chi?
Non è un mistero che le relazioni internazionali, specialmente tra nazioni rivali, si giochino anche a colpi di propaganda e, di più, spionaggio: e lo dovrebbe sapere benissimo l’Occidente, i cui media «allineati» (la stragrande maggioranza) ci propinano ogni giorno una visione del mondo in bianco e nero, fatta di buoni e cattivi. Quello che invece dovrebbe stupirci, se non addirittura indignarci, è piuttosto il fatto che l’Occidente continui a incolpare gli altri della profonda e drammatica contraddizione che lo attraversa dalla notte dei secoli. Davvero pensiamo che la vittoria di Trump sia «colpa» di Putin, e non di decenni di politiche che hanno condannato all’emarginazione sociale l’America profonda, quella che in Trump ha cercato riscatto? Davvero crediamo che il problema dell’Europa sia Putin, e non invece un impianto drammaticamente anti-democratico che, più che mettere al centro il cittadino europeo, si inchina al verbo della grande finanza, del capitalismo e della globalizzazione sfrenata?