26 maggio 2019
Aggiornato 13:30
Destabilizzazione ed economia

La «localizzazione economica» porta la Russia fuori dalla crisi economica

Lontana dal circo del commercio globale, la Russia ha pagato la morsa di sanzioni e prezzo del petrolio basso per ragioni politiche. Il governo Putin non è caduto e ora l'economia inizia e riprendersi

MOSCA - Le notizie che giungono dalla Russia inerenti l’andamento dell’economia interna sono degne di attenzione. Solo venti anni fa l’ex gigante sovietico attraversava la peggiore crisi finanziaria del suo recente passato post comunista. Venti anni fa a quest’ora si manifestavano le prime avvisaglie della grande crisi finanziaria asiatica: la Russia, reduce da sei anni di catastrofica anarchia economica, aveva dimezzato la propria produzione industriale. Divenendo così il paradiso degli oligarchi mafiosi che con pochi dollari compravano interi settori economici, rivendendoli sul mercato internazionale, oppure gestendoli con il pure fine di creare enormi patrimoni personali. E' la storia maledetta degli oligarchi, in parte stroncata con metodi anche poco ortodossi nel recente passato, in parte ancora in vita, soprattutto per quei personaggi che sono riusciti a fuggire all'estero, dove magari si sono comprati delle belle squadre di calcio che vincono coppe in successione.

1997 - 2017
Nel luglio del 1997 Boris Eltisin, presidente della Russia, è un fantoccio degli Stati Uniti, un ubriacone che non controlla più nulla, nemmeno il suo corpo demolito dalla vodka. Il paese è saldamente nelle mani degli oligarchi, a loro volta manovrati dalla Cia che, incredibile, ha in mano le redini dell'ex esercito sovietico grazie ai codici nucleari che sono stati cordialmente comunicati dal presidente ubriacone. Il potere russo, d'accordo con quello statunitense, mentre arrivano le prime avvisaglie del grande crollo del rublo si mette alla ricerca di un nuovo fantoccio che prenda il posto dell’impresentabile Eltsin. L’inflazione tra l’autunno del 1997 e l’estate dell’anno successivo registrerà un tasso dell’87%: il crollo è totale. Lunghe file di persone si accalcano fuori dai negozi che patiscono una povertà perfino superiore a quella dei tempi dell'Urss. In un clima da guerra civile, in Cecenia sta per esplodere il conflitto, le elezioni vengono truccate più volte, al fine di evitare il ritorno al potere del Pcus, o la crescita fuori controllo dei Nazbol dello scrittore fasciostalinista Limonov. In questo contesto viene rintracciato un oscuro politico di San Pietroburgo, privo di ambizioni, ex funzionario di medio grado del servizio segreto, ex tesserato del Pcus: si chiama Vladimir Putin.

Caduta, ripresa e ancora caduta
Quanto è accaduto nei seguenti venti anni è oggetto, e lo sarà ancor più nei prossimi anni, di ampia discussione politica, storica e culturale. Gli ultimi anni, 2012 - 2017, sono caratterizzati per una seconda profonda crisi economica, molto diversa da quella del 1997-1998. Allora si trattò di speculazione sulle monete partita dalla grande finanza, Soros in testa, che travolse il rublo. Da tre anni a questa parte la crisi che ha una doppia tenaglia: il prezzo del petrolio tenuto volutamente basso, e le sanzioni economiche. La Russia ha un’economia prevalentemente statale, fondata sui monopoli naturali che possiede in gran quantità: in primis i combustibili fossili, secondi solo a quelli dell’Arabia Saudita. Paese quest’ultimo alleato strategico degli Usa, impegnato a boicottare in sede Opec ogni accordo di cartello che possa far lievitare anche di poco il prezzo dell’oro nero. Una buona notizia per i consumatori occidentali, meno per gli equilibri politici, e militari, che regolano i rapporti con la Russia di Putin. A seguito della crisi del Donbass le sanzioni economiche hanno chiuso l’assedio all’economia russa, piombata in una grave recessione economica. Il fine era, ed è tuttora, il disarcionamento del presidente russo dal potere. 

Fuori dalla crisi
Analizzeremo in seguito cosa è accaduto in questi anni da un punto di vista economico in Russia. E’ interessante soffermarsi invece sull’uscita dalla recessione recentemente annunciata dal ministro dell’economia, e confermata dallo stesso Putin. Solo nel 2015 il presidente della Russia aveva annunciato diversi anni di sacrifici a causa del crollo dei prezzi del settore petrolifero. Ma, al contempo, introdusse anche misure inerenti allo stimolo della produzione e dei consumi interni. Il prezzo del petrolio piombato a quaranta dollari, e anche meno, imponeva alla Russia di differenziare la sua economia, abbandonando in parte la sete di capitali esteri per abbracciare una visione più nazionalista. Forti investimenti pubblici sono stati fatti nel settore agroalimentare e chimico. Il mantra è diventato «localizzare l’economia», ovvero l’esatto opposto di quanto accade alle economie occidentali sviluppate. La ricetta prevedeva una forte svalutazione del rublo, per stimolare le esportazioni, nonché una rimodulazione della pressione fiscale. Il numero di trimestri consecutivi che portato un segno meno nell’economia russa è stato pari a sette. Dopo la forte svalutazione del rublo il governo ha avuto la possibilità di forti investimenti pubblici, in particolare nelle infrastrutture e nelle forze armate. Il governo russo ha rivisto le stime sul Pil per il 2017, che sono passate da -0.6% a +0.5. La manovra per far collassare l’economia russa da parte di Usa, Ue e Gran Bretagna non è quindi riuscita, e anzi i il blocco del commercio a seguito dei dazi ha avuto effetto in particolare sulle aziende italiane.