11 dicembre 2019
Aggiornato 18:30

Macron e il nuovo teologo del globalismo Vernon Smith rilanciano il mito degli Stati Uniti d'Europa (e della fine del lavoro)

Il presidente francese e il premio Nobel per l'Economia del 2002 rilanciano il mito del liberismo sempre e comunque, da esportare in tutto il mondo

Il premier Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron
Il premier Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron ANSA

PARIGI - La grande controrivoluzione è in corso: scossi dalle spinte populiste, popolari, e nazionaliste, governi e poteri finanziari stanno tentando di contrastare un’onda sempre più montante. Su La Stampa, Paolo Mastrolilli ha intervistato il premio Nobel per l’economia del 2002, Vernon Smith: il quale ha detto chiaramente che maggiori dosi di liberismo, in ogni campo, sono indispensabili per battere le paure che attraversano le società occidentali. «Nazionalismo e populismo sono fenomeni passeggeri, a patto di rispondere con politiche liberiste capaci di favorire la crescita e rispondere all’ansia della gente»: questo il concetto generale. Non solo: ha spiegato che la distruzione del lavoro causata dalla tecnologia è un mito inesistente e che ogni forma di migrazione debba essere incentivata. Sono, le sue, parole genuine, seppur in alcuni passaggi poco lucide, che danno un’idea di cosa ci aspetta nei prossimi decenni. Chi protesta oggi per gli evidenti scompensi in essere si prepari per la grande spallata prossimo ventura. Vernon, famossissimo in anni remoti, che sta facendo il giro del mondo per una serie di conferenze, è il nuovo ideologo dei governi globalismi, a partire da quello francese. La strategia quindi è chiara: alla paura si deve rispondere con antiche parole d’ordine che, in altri tempi, hanno funzionato. Miti indissolubili, che riescano ad accendere l’immaginario spento dalla dura realtà della crisi economica e culturale che sta abbattendo l’occidente.

Da Washington a Trotskji
Gli Stati Uniti d’Europa si riaffacciano, dopo molto tempo di silenzioso oblio, nel cuore del vecchio continente, attraverso le parole del Presidente Emmanuel Macron. Antica idea, esplosa nel Settecento, che ha avuto tra i sostenitori uomini dalla visione ideologica opposta: da George Washington a Lev Trotskji, il quale giungeva ad ipotizzare un territorio che comprendesse anche la Russia. Oggi che l’Unione Europea, l’ibrido concettualmente afferente a quel modello, è sotto assedio, l’asse franco-tedesco, stordito dall’inesorabile avanzata della destra, affronta il contesto aumentando la dose del letale farmaco che sta ammazzando il paziente che vorrebbero curare. Esattamente ciò che propone l’anziano economista Vernon. Non che manchino i giovani: a ripetere il mantra turbo-liberare è un intero esercito di soldati economici, nel senso più letterale della locuzione. Un quinto della classe operaia tedesca ha votato l’estrema destra: un processo noto, che ha portato ad essere eletto negli Stati Uniti un presidente come Donald Trump, ma soprattutto ha spinto al ballottaggio Marine Le Pen in Francia. Un travaso culturale fin troppo spiegabile per la sinistra, o quel che oggi ha abbracciato il principio marxiano della fine del lavoro attraverso il progresso tecnologico, quanto meno in occidente. Di cui Macron è pieno esponente, insieme a Matteo Renzi. La furiosa delocalizzazione del lavoro che ha falcidiato milioni di posti non è stata compensata dalla perennne speculazione finanziaria, anzi ha portato ad una alchimia esplosiva che incide sulla carne delle classi subalterne. L'alchimia tecno-finanziaria non funziona. I processi disgregativi in Europa sono in fase così avanzata da coinvolgere l’identità dei popoli: differentemente da quanto sosteneva l'inflazionato Zigmunt Bauman, le società occidentali non sono nemmeno più liquide, ma gassose: evaporate, impalpabili e quindi invisibili. In una parola sola: scomparse. E senza identità, senza una casa comune, non si può vivere: è impossibile lo stesso concetto di comunità.

Più liberismo, ora e sempre
A tutto ciò viene data un risposta di tipo medico, come si fa con i malati terminali: si aumenta la dose del farmaco, di cui si conoscono e si vedono i devastanti effetti collaterali, nella speranza che qualcosa succeda. E’ quanto sostiene Vernon Smith, poi ripreso indirettamente dal Emmanuel Macron. Le sue parole: «Ci vuole un bilancio più forte nel cuore della zona euro che permetta di finanziare investimenti comuni. E anche un superministro e l’Eurozona devono sottoporsi a un controllo democratico: un budget che non servirà a mutualizzare i debiti pubblici accumulati dai singoli Paesi. Ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa». Ci si potrebbe già fermare a questi cincetti, che evidenziano un tentativo di racimolare qualche spicciolo da distribuire sulle varie nazioni, nonché qualche angusto spazio di democrazia e partecipazione. Il Presidente francese cosa dice in realtà? In cambio di alcuni spiccioli, e qualche spicchio di democrazia, cediamo totalmente la sovranità. Ma ben altre dovrebbero essere le parole di chi vuole superare i pesanti effetti collaterali delle cure neoliberali: parole su una fiscalità equanime e condivisa, innanzitutto. L’Europa è disseminata di paradisi fiscali che drenano risorse alle nazioni.

Serve una Banca centrale europea pubblica
Una Banca centrale europea democratica e soprattutto pubblica, direttamente controllata dal potere politico. L’esatto opposto di quanto accade oggi. Solo così si possono finanziare investimenti pubblici seri, e soprattutto si può far fronte alle voragini di debito pubblico in cui versano buona parte dei membri della Ue.
La nascita di un parlamento dotato di reale potere, e non fantoccio quale quello attuale è. Non solo: sarebbero necessari normative comuni che cancellino ogni tipo di concorrenza sleale, evitando la formazione di enormi monopoli, a partire dalle mega multinazionali che investono solo in alcuni paesi dato che ottengono, col ricatto occupazionale, regimi fiscali aleatori. Emmanuel Macron, così come Vernon, di tutto questo non ha parlato. Un discorso retorico e di principio, atto a rivendicare lo status quo, senza alcuna possibilità di cambiarne il corso, se non in peggio. Fino a quando il paziente non resisterà più.