18 ottobre 2019
Aggiornato 02:30
Smacco per la Cancelliera e le sue ambizioni di leadership globale

1-0 per Trump. La rovinosa sconfitta di Angela Merkel sul clima (e non solo)

Con la decisione di Trump di ritirare gli Usa dall'accordo sul clima di Parigi, Angela Merkel, in vista del G20, aspirava a guidare contro di lui un fronte compatto. Ma molti di quelli che avrebbero dovuto sostenerla si stanno smarcando

AMBURGO – Non tutto il male viene per nuocere. Deve averla pensata così, in ultima istanza, la cancelliera Angela Merkel quando, a pochi giorni dalla conclusione del G7 di Taormina, è diventato chiaro che gli Usa di Donald Trump avrebbero abbandonato l'accordo sul clima di Parigi negoziato sotto la presidenza Obama. Una decisione che, beninteso, non ha di certo raccolto il benestare di Frau Merkel, ma che, d'altra parte, avrebbe dato occasione all'Europa di compattarsi e smarcarsi dall'influenza dell'alleato americano. Magari, proprio sotto l'«illuminata» guida della Merkel.

Quando Obama passò il testimone alla Merkel
Uno scenario che in certo qual modo era già stato previsto, mesi fa, dal predecessore di Trump: il quale, qualche settimana prima di lasciare la Casa Bianca, a Berlino aveva «passato il testimone» alla Cancelliera tedesca, affidandole la propria eredità politica e valoriale. Non è un caso che proprio al termine del G7, commentando in primis la decisione di Trump di smarcarsi sul clima, Merkel ha allertato l'Europa: è ora di fare da soli, ha detto, e di non affidare ad altri l'onere della nostra sicurezza. Quella frase ha in qualche modo «ufficializzato» quella che sarebbe stata la strategia politica di Angela Merkel anche in vista del G20 di Amburgo: isolare Donald Trump, creare un ampio fronte alternativo a Washington a guida, possibilmente, tedesca.

Tra Trump e Merkel rapporti difficili
Anche perché, che i rapporti tra l'America di Trump e la Germania della Merkel non sarebbero stati facili, era già chiaro da tempo. La Cancelliera non ha certo dimenticato i piccati commenti contro le politiche di Berlino giunti dall'entourage di Trump, il più eclatante dei quali è stato pronunciato dal consigliere economico del Presidente Peter Navarro, che ha definito l'euro un «marco travestito». Né ha dimenticato la profezia di Ted Malloch, papabile ambasciatore Usa presso l'Ue, secondo cui l'eurozona imploderà entro il 2018. Al G7 di Taormina, poi, i rapporti con Trump si sono fatti ancora più freddi dopo che il Presidente ha rimbrottato la politica commerciale teutonica. «Guardate quanti milioni di auto vendono negli Usa: spaventoso. Questo lo fermeremo», avrebbe detto Trump durante la trasferta siciliana, definendo i tedeschi addirittura «cattivi». In questo scenario, la contromossa di Angela Merkel sul clima sarebbe stata, per lei, una grande vittoria. Peccato che le cose non siano andate esattamente come la Cancelliera aveva pianificato.

Sul clima, il «tradimento» di Trudeau
Sì, perché l'idea di compattare i 19 partecipanti al G20 contro Trump sull'argomento non è affatto andata a buon fine. In Italia nessuno lo ha raccontato, mentre in Germania ci ha pensato Der Spiegel, che pure non si può dire nutra grandi simpatie per il Presidente americano. Il primo a «tradirla» è stato il carismatico premier canadese Justin Trudeau. Il quale, al G7 di Taormina, sul clima si era invece schierato dalla parte della Germania quando la Cancelliera ha scelto un approccio di decisa opposizione al presidente Trump. Secondo quanto riportato dallo Spiegel, le cose sarebbero presto cambiate. Perché quando la Merkel ha chiamato l'alleato canadese per concertare una strategia comune in vista del G20 di Amburgo, con sua grande sorpresa non ha più trovato in Trudeau un alleato: tutt'altro. Il primo ministro canadese sembrava più tentato da un approccio conciliante verso gli Usa.

Realpolitik
Trudeau, in pratica, avrebbe suggerito alla Merkel di evitare nella dichiarazione congiunta del G20 qualsiasi riferimento al clima, affrontando invece solo le questioni energetiche, sulle quali anche Trump si sarebbe trovato d'accordo. L'improvviso cambio di casacca del premier canadese può probabilmente considerarsi una mossa di realpolitik, alla luce delle conseguenze negative che avrebbe uno scontro con il potente vicino americano. Soprattutto in vista della necessità di rinegoziare il Nafta. Di certo, è valsa alla Merkel un bagno di realismo: il suo piano di creare al G20 un equilibrio «19 contro 1» non avrebbe mai potuto funzionare.

G3 contro 1, al massimo
Così, il nuovo progetto della Merkel sarebbe diventato quello di portare il maggior numero di Paesi contro gli Usa di Trump. Peccato che anche in questo caso la Cancelliera si è scontrata contro la dura realtà. Perché già dopo il G7 di Taormina, era chiaro che Gran Bretagna e Giappone non sarebbero stati con lei: i due Paesi avevano scelto infatti di dissociarsi dalla linea intransigente già prima dell'annuncio del ritiro degli Usa dall'accordo. Comprensibile: alla vigilia dei difficili negoziati sulla Brexit, Theresa May avrà preferito non mettere a rischio l'alleanza con gli Usa. Quanto al Giappone, con la polveriera della Corea del Nord pronta ad esplodere, non può rischiare di dover fare a meno dell'ombrello a stelle e a strisce. Impossibile, dunque, un «G19 contro 1»; altrettanto impossibile un «G6 contro 1». Ad oggi, la Cancelliera al massimo potrebbe accontentarsi di un «G3 contro 1».

Bruxelles ancora ci spera...
I conteggi, in realtà, non sono ancora chiarissimi. Secondo lo Spiegel, a Bruxelles ancora sperano in un «G19», ma Berlino sa benissimo che ciò non avverrà. Difficile, ad esempio, che la Turchia decida di seguire a ruota la Germania (con la quale ultimamente non è proprio in ottimi rapporti); ancora più difficile che lo faccia l'Arabia saudita, che ha tutto l'interesse di rinsaldare l'alleanza con gli Usa, e che con Trump ha appena stretto un generosissimo accordo sul commercio di armi.

Niente leadership globale per Angela
Lo smacco ricevuto dalla Cancelliera va naturalmente al di là della questione ambientale e climatica, ma è significativo di come la pretesa di Angela Merkel di garantire alla sua Germania una leadership globale sia ancora essenzialmente irrealistica. Lo ammette anche lo Spiegel: Berlino non è una grande potenza internazionale, ma un attore di medio livello. Che, tra l'altro, non riesce nemmeno più a tenere insieme l'Unione europea.