23 settembre 2019
Aggiornato 08:30
Il trionfo di Trump che la finanza non voleva

Trump ha vinto contro tutto e tutti perché ha spiegato che la crisi è colpa della globalizzazione

Il tycoon più imprevedibile d'America ha vinto con il voto dei blue collars, quella che una volta era la working class che votava democrats e che la Clinton ha snobbato. Cosa cambia per l'America e per il mondo?

Il neopresidente degli Usa Donald Trump
Il neopresidente degli Usa Donald Trump Shutterstock

WASHINGTON - Gli Stati Uniti hanno eletto Donald Trump, un uomo che nel 2013 durante la Wrestlemania irruppe sul ring e prese a pugni Vince Mcmahon per poi rasargli i capelli a zero. Ci fu una zuffa, finta come tutte quelle del wrestling, e il neo presidente riuscì a schienare il suo avversario nel tripudio generale. Oggi quell’uomo è il presidente degli Stati Uniti d’America, ovvero l’uomo più potente del mondo. Almeno teoricamente.

Ha vinto con il voto dei blue collars: «La vostra crisi è colpa della globalizzazione»
Donald Trump ha vinto. Ha vinto su un’avversaria percepita come cinica, fredda e disumana. Ha vinto con il voto dei blue collars, la classe operaia devastata da quella che i media continuano incessantemente e senza sprezzo del ridicolo a definire «crisi». Mentre lui agli operai, agli impiegati, alla fu working class ha, per primo, raccontato la verità: non è la «crisi», è la globalizzazione. Anzi, la crisi è figlia voluta della globalizzazione. E così, l’elettorato che solo pochi mesi fa aveva votato in massa Bernie Sanders, il candidato socialista che corse contro la Clinton, si è schierato per Donald Trump. Il Michigan, lo stato manifatturiero per eccellenza, roccaforte del sindacato, ha abbracciato la proposta protezionista del neo presidente. Perché la promessa di Trump a questi uomini e donne è semplice: rinegozierà tutti gli accordi di libero scambio, ovvero quei meccanismi che hanno permesso alle fabbriche di andarsene in giro per il mondo, lasciando a casa un mucchio enorme di scarti umani, che non servono più a nulla. E che oggi hanno votato per un tizio che solo pochi anni fa si buttava sui ring del wrestling.

La finanza reagirà così: mercati in subbuglio e dollaro sotto pressione
Hillary Clinton, moglie di un ex presidente democratico che ha gettato le fondamenta per il sistema globale attuale, ha tentato di seguire il messaggio protezionista di Trump, ma non è risultata credibile. Il contropotere finanziario non perderà tempo e manderà nei prossimi giorni messaggi precisi al neo presidente. Lo farà facendo avvitare i mercati di borsa in tutto il mondo e mettendo il dollaro sotto pressione. Il messaggio del mondo che ha sostenuto la Clinton, e che detta legge perché controlla le vere leve del potere, sarà chiaro: «Dear Trump, non pensare di toccare gli accordi sul libero commercio e sulla mobilità dei capitali, altrimenti scateniamo un guerra che nemmeno te la sogni». Non durerà molto però, perché come nel caso della Brexit le munizioni da sparare sono tante ma non infinite. Indubbiamente il prossimo referendum italiano potrebbe acuire la tensione, portando a una crisi finanziaria senza precedenti.

Cosa cambia per l'America e per il mondo
Per questa ragione, anche se Trump avrà nel primo anno potere assoluto dato che anche il Congresso è in mano repubblicana, il neo presidente non potrà essere uno spaccone come nella Wrestlemania di qualche anno fa. Trump cancellerà l’Obamacare, ovvero la riforma della sanità voluta dall’ex presidente che allarga la platea di americani che hanno diritto di essere curati gratuitamente dallo stato federale. Rigetterà tutti gli accordi sui cambiamenti climatici, tenterà di bloccare i flussi migratori in entrata, e potrebbe giungere a costruire un muro al confine con il Messico. Nel mirino potrebbe finire la legge sull’aborto. La vendita di armi rimarrà invariata per il semplice fatto che non può fisicamente aumentare. Gli Usa probabilmente si ritireranno dalle avventure neocoloniali in giro per il mondo, soprattutto in Siria e Libia, e forse chiuderanno l’assurdo, e pericoloso, duello con la Russia di Putin. Tempi ancor più duri attendono i palestinesi. Trump quindi è un repubblicano tradizionale che però ha saputo capire cosa si muove nelle viscere del suo paese. Forse perché la sua ineleganza l’ha portato vicino al popolo, quello che ha incrociato negli stadi del wrestling, oppure in mille altre occasioni.

La crisi etica e culturale dell'ex impero chiamato America
Tutto questo al di là del rispetto doveroso verso un voto democratico, anche se l’affluenza intorno al 40% racconta un paese disgustato o indifferente, e testimonia che gli Usa in questo momento non sono più i portatori di valori dietro cui l’umanità si compattava e riconosceva. È il segno che l’impero statunitense si dibatte in una crisi etica e culturale e, rantolante, tenta colpi di coda estremi per riuscire a sopravvivere. Vince un uomo nudo e crudo che fa discorsi nudi e crudi, contro una donna che minacciava guerre contro un po’ tutti. Vince un uomo che forse incute timore, contro una donna che al massimo è riuscita a rassicurare i Ceo delle multinazionali.

27 anni fa crollava il Muro di Berlino, oggi crolla la visione novecentesca del mondo
Ventisette anni fa, in queste ore, crollava il muro di Berlino. Oggi non crolla la globalizzazione, che verrà difesa dall’artiglieria delle banche e dei fondi di investimento: ma quel modello nato dalla fine del Novecento prende un duro colpo. Crolla anche l’idea di una società multietnica, almeno per come è stata intesa fino ad oggi: piegata non da Trump, ma da una visione del mondo guerrafondaia che ha creato milioni di profughi in giro per il mondo, diventati stretti competitori di quella working class devastata dalla disoccupazione figlia della globalizzazione. E se la società è composta solo da individui che lottano tra di loro, e non esiste più né stato né famiglia – come da dottrina neoliberale – allora è bene non stupirsi se il profugo messicano è visto come un invasore.

Trump diventerà pragmatico?
Trump è un uomo sufficientemente matto per far credere che non cederà alle sirene della filosofia americana per eccellenza: il pragmatismo nato tra il XIX e il XX secolo. La sua filosofia è molto meno sfaccettata e raffinata: è un immenso e corale «fuck off!». Un urlo di rabbia e terrore per un futuro divenuto minaccioso e triste, senza passione. Trump purtroppo è anche il frutto avvelenato del fallimento della presidenza Obama, che non è stato capace in otto anni di unire il paese sul piano economico. Un paese che ha acuito la polarizzazione economica, che lui non ha fermato. Tradite tutte le promesse fatte per regolare Wall Street, il fuck off che ha spinto Trump travolge il primo presidente nero, e la sua verve. Otto anni sprecati che ora portano alla presidenza un personaggio sicuramente imprevedibile.

Come per la Brexit, anche per Trump i media mainstream hanno fallito
Il fuck off travolge tutti i media, che hanno ripetutamente mentito agli elettori, e testimonia che i media tradizionali, i giornali in particolar modo, non formano più l’opinione pubblica. I giornali «seri» come il New York Times contano come il due di picche, e così tutti gli altri. La delegittimazione di Trump è stata sistematica, così come il tifo pro Clinton. Trump, per i media Usa, è stato descritto come un porco, ignorante e incapace: oggi è il presidente degli Stati Uniti. Dopo la Brexit, dopo Trump, sarà il tempo del «no» alla riforma costituzionale in Italia. Al di là della nobiltà del contesto italiano sarà un altro voto «contro». La Clinton non ha riconosciuto subito la vittoria dell’avversario: finale non tragico che rappresenta la sconfitta umana e culturale di una candidata spocchiosa. Lo fece già con Obama nel 2008, quando fu sconfitta nelle primarie democratiche. Viene travolta da un immenso insulto collettivo che porta via lei e il sistema che rappresenta perfettamente.