25 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Intervista all'esperto Eliseo Bertolasi

Donbass, la guerra taciuta dall’Occidente

Non c’è mai stata una rilevante copertura mediatica su questo conflitto nonostante migliaia di vittime soprattutto tra i civili, intere città distrutte, senza contare le centinaia di migliaia di sfollati. Perché?

KIEV - "La probabilità di un'escalation del conflitto" nel Donbass "rimane notevole": lo ha dichiarato il presidente ucraino Petro Poroshenko rivolgendosi a un gruppo di militari nella regione di Leopoli (Ucraina occidentale). "Non escludiamo assolutamente - ha detto Poroshenko - un'invasione completa russa in tutte le direzioni: noi siamo pronti, le nostre forze armate sono pronte a respingere il nemico, sia ad est, dove occupa il Donbass, sia lungo il confine amministrativo con la Crimea». Non tutte le guerre fanno notizia e alcune vittime sono meno importanti di altre, anzi, ancora peggio, non esistono proprio. È il caso del conflitto nel Donbass, una guerra di cui i media occidentali non parlano più, ma che continua inesorabilmente a provocare morti e sofferenze tra i civili. La guerra nelle regioni orientali dell’Ucraina avrebbe provocato già più di 8 mila vittime. Sarebbe un errore limitare questa guerra ad un contesto puramente regionale, si tratta infatti di un conflitto ben più ampio. «Non si può non inserire questa guerra nel processo, ormai decennale e sotto gli occhi di tutti, che mostra un costante avanzamento, della NATO verso Est, con una sempre maggior pressione militare sui confini della Russia» racconta al DiariodelWeb.it Eliseo Bertolasi, analista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e più volte inviato nel Donbass.

Il conflitto in Ucraina sudorientale non è finito. Come si spiega il silenzio dei media occidentali, perché la guerra nel Donbass non fa notizia?
Non c’è mai stata una rilevante copertura mediatica su questo conflitto nonostante migliaia di vittime soprattutto tra i civili, intere città distrutte, senza contare le centinaia di migliaia di sfollati. Parliamo di un conflitto scoppiato nel centro dell’Europa orientale a un paio d’ore d’aereo dalle nostre città. Sappiamo che i media, soprattutto mainstream, e la politica corrono sullo stesso binario. In altre parole, significa che in Occidente non ci sono interessi in gioco tali da voler mostrare cosa stia realmente succedendo sul posto, anzi, sembra che addirittura si voglia velare la realtà se non proprio occultarla.

Hai seguito la crisi ucraina da vicino a partire dai fatti di Maidan a Kiev, documentando poi dal fronte l'andamento del conflitto nel Donbass. Inoltre da anni ti occupi della storia e dell'identità dell'Ucraina. Secondo te che scenari possibili ci sono per l'Ucraina e il Donbass? E soprattutto che ne sarà delle regioni distrutte di Donetsk e Lugansk, chi le ricostruirà?
Si può rispondere a questa domanda solo con delle ipotesi ancora vaghe, i giochi nell’arena geopolitica di questa parte del continente europeo sono ancora aperti e le provocazioni sono sempre dietro l’angolo. Gli accordi di Minsk «sulla carta» sono ancora in vigore, si può auspicare, prima o poi, una loro applicazione anche nella realtà. Tuttavia, proprio perché sono stato sul «campo» e ho avuto modo di parlare con coloro che sono direttamente coinvolti in questo conflitto – parlo dei miliziani e della popolazione civile – mi è difficile ipotizzare che si possa tornare indietro a una situazione simile a quella dell’Ucraina precedente alla rivolta di Maidan. Troppo sangue, troppi morti, troppa distruzione. La guerra del Donbass non potrà finire, per dirla all’italiana, a vino e tarallucci facendo finta di nulla. C’è però anche un dato di base da non trascurare: chi continua a vedere il conflitto del Donbass come un conflitto regionale è fuori strada. Il conflitto nel Donbass andrebbe inserito in una cornice geopolitica molto più vasta che includa anche la Siria, il rafforzamento della Nato nell’Europa orientale, la scorsa guerra in Georgia, le tensioni sui confini tra le Repubbliche baltiche e la Russia, volendo, anche gli ultimi scontri tra Nagorno Karabakh e Azerbaigian.

Questo c'entra anche con l'avanzamento della Nato verso Est...
Certo, non si può non inserirlo in quel processo, ormai decennale e sotto gli occhi di tutti, che mostra un costante avanzamento, della Nato verso Est, con una sempre maggior pressione militare sui confini della Russia. Questo conflitto si fermerà quando la Nato capirà che forse è l’ora di fermarsi. Continuare ad accendere dei fiammiferi in mezzo a delle taniche di benzina, prima poi, si causa un incendio, è solo questione di tempo.

E la ricostruzione?
Nonostante nelle due autoproclamatesi repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, i primi lavori di ricostruzione siano già partiti rimane però ancora molto, quasi tutto da fare. Il livello di distruzione è enorme: dalle infrastrutture produttive e sociali, a interi villaggi, o interi quartieri civili. Chi dovrà sobbarcarsi l’onere della ricostruzione? Certamente chi governerà, chi avrà l’autorità su queste regioni. Sarà un onere molto molto pesante.

L'Europa e l'Occidente hanno promesso molti aiuti e finanziamenti a Kiev nel caso il governo attuasse le riforme. Il governo di Kiev è in crisi, il Paese è economicamente fallito. Dal Fondo monetario internazionale non arrivano più finanziamenti. Possiamo dire che l'Occidente dopo molte promesse ha mollato l'Ucraina?
L’Occidente fa, ovviamente, gli interessi dell’Occidente, parliamo d’interessi di egemonia non solo economica, ma anche geopolitica. L’Occidente non è un’istituzione di beneficenza, l’aiuto non arriva mai disinteressato. Di solito, e parlo in generale, o si restituiscono con interessi da capestro i finanziamenti ricevuti o si cedono fette sempre più vaste di sovranità, non mi sembra vengano contemplate altre soluzioni. Semplicemente l’Occidente mollerà l’Ucraina quando non ne avrà più bisogno. Non dimentichiamo che con la perdita della Crimea il premio geopolitico per l’acquisizione dell’Ucraina nella sfera d’influenza occidentale e della Nato è stato notevolmente ridimensionato.

Oltretutto nel caso dell’Ucraina, gli interessi occidentali non sono così univoci...
Già: quelli dell’Unione europea non coincidono con quelli degli Stati Uniti. I vertici dell’Unione europea adottano misure subordinate alle decisioni di Washington, ci basti considerare la dolorosa politica delle sanzioni contro la Russia: un vero effetto boomerang sull’economia già sofferente di molti paesi europei, l’Italia in prima linea. Mi sembra che la «sala dei bottoni» stia oltreoceano, quindi non c’è da stupirsi: gli Usa sono una superpotenza mondiale, innanzitutto fanno i propri interessi, poi quelli dei loro «vassalli».

Quando ti trovavi a girare i tuoi reportage al fronte nel Donbass hai conosciuto dei volontari italiani, che combattevano dalla parte dei miliziani. Che cosa li ha spinti a partire e lottare assieme ai miliziani?
Di certo non i soldi, non sono mercenari, sono «volontari», ricevono vitto e alloggio, il sufficiente per vivere, alla base, quindi, c’è sempre una forte componente ideologica. Sono nauseati dalla politica italiana, totalmente subordinata alle decisioni prese a Bruxelles o a Washington. In generale nel proprio animo sono convinti «di far qualcosa di buono». Non dimentichiamo che la Russia di Putin, oggi, si erge, sempre di più, come l’unico bastione a difesa di quei "valori tradizionali", come ad esempio la religione, la famiglia tradizionale, l’amor per la propria cultura, il proprio popolo. Sono valori che per millenni hanno costituito la base di ogni civiltà. Ecco che allora la società tradizionale russa, ortodossa, anti-mondialista può diventare un polo d’attrazione anche per molti cittadini europei.

Sei stato innumerevoli volte nel Donbass, hai parlato con i civili di città bombardate, sei stato in contatto con i miliziani. Che cosa ti ha colpito di più di quello che hai visto?
Sono veramente numerose le situazioni commoventi che mi hanno toccato. È comprensibile. Soprattutto quando ci si muove in mezzo alla guerra, alla distruzione. Sono tutte storie umane di lutto e di profondo dolore. Mi ha molto impressionato la storia di Anna Tuv, il dolore che ho visto nei suoi occhi. Questa giovane donna di Gorlovka per un bombardamento sulla sua casa ha perso il marito, la figlia Katja di 11 anni e un braccio. È rimasta da sola con gli altri suoi due figli senza la possibilità di lavorare per la mancanza del braccio. L’Italia, a proposito, nel contesto della generosità non è mai ultima a nessuno: l’Associazione onlus «Aiutateci a salvare i bambini» guidata da Ennio Bordato ha raccolto 25 mila euro, la somma necessaria per la protesi mioelettrica per Anna. Ogni storia, pur simile a tante altre, rimane però sempre unica per la sua peculiarità e per la sua individualità. Tanti piccoli tasselli che costituiscono un immenso puzzle di sofferenza. Questa è la guerra... La guerra che sta insanguinando il Donbass, anche se sotto tono sui media occidentali, non è meno dolorosa e distruttiva delle altre.