27 gennaio 2020
Aggiornato 10:00
In Turchia la Grande Purga, a Colonia una manifestazione pro-Erdogan

Come ti sei ridotta, Europa

Non bastava che l'Unione Europea continuasse a tollerare le follie del sultano turco. A completare il paradosso, una manifestazione pro-Erdogan proprio nel cuore dell'Europa: a Colonia, in Germania.

COLONIA - Se la vicenda non fosse un ulteriore, drammatico segno del declino dell'Europa, potrebbe essere presa per una barzelletta. Tayyp Recep Erdogan, con le purghe e le violente ripercussioni messe in atto dopo il fallito golpe, è riuscito a distruggere qualsiasi fondamento democratico che ancora resistesse in Turchia, senza che l'Ue levasse capo e voce (fatta eccezione per qualche sporadico e ben poco convinto rimbrotto) per sanzionare lo scomodo partner. Ma l'apice è stato raggiunto quando, nella tedesca Colonia, almeno 40.000 persone hanno manifestato non per protestare contro il sultano turco, ma per sostenerlo, opponendosi al colpo di Stato intentato contro di lui e poi fallito.

In difesa della «democrazia» turca
Addirittura, Erdogan aveva in programma un messaggio video da proiettare davanti alla folla di Colonia, se non fosse stato per la decisione della Corte Costituzionale tedesca di impedire la trasmissione del discorso. Una decisione che il ministro turco per gli Affari europei Omer Celik non ha mancato di definire, dal suo paradossale pulpito, «contraria ai valori Ue democratici e di libertà di espressione». A manifestare, migliaia di tedeschi turchi, in maggioranza sostenitori di Erdogan ed elettori dell'AKP, riuniti per esprimere il proprio sostegno alla «democrazia» al grido di «Allah Akbar». Ma di quale democrazia stessero parlando, in un Paese il cui Presidente, nelle ultime due settimane, ha fatto arrestare 18.000 persone, licenziato 66.000 funzionari pubblici e chiuso 45 giornali, non è dato sapere. 

Possiamo ancora chiudere gli occhi?
Cifre inaudite, che però sono state preannunciate da una lenta ma costante piega anti-democratica impressa alla Turchia negli ultimi due anni. Basti pensare alle quasi 2000 persone accusate praticamente per «lesa maestà», in alcuni casi solamente per una barzelletta su Erdogan o per un tweet «malandrino». Un precedente, in particolare, deve far pensare, e soprattutto perché riguarda proprio la Germania. Lo scorso aprile, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accettato che venisse messo sotto processo un comico tedesco, «reo» di aver composto una poesia satirica sul Presidente turco. Un inchino quasi inconcepibile, per un'Europa che fa della democrazia e della libertà d’espressione i propri valori fondanti. Inconcepibile, se non fosse che in ballo c'era la tenuta dell'accordo sui migranti, il patto con cui Frau Merkel è riuscita a far sì che Erdogan tenesse nel proprio territorio i profughi in rotta verso l'Europa balcanica, in cambio di 6 miliardi di euro, della liberalizzazione dei visti turchi in Ue e di un'accelerazione dei negoziati per l'entrata della Turchia nell'Unione.

Il silenzio complice
E il colmo di tale paradossale vicenda è proprio questo: che fino a un mese fa, l’Europa ancora si barcamenava per far finta di non vedere a che razza di partner stava per aprire le porte, pur di sbarrare la strada ai migranti; mentre oggi è davvero impossibile fare occhi e orecchie da mercante. Oggi è impossibile ignorare il comportamento del sultano turco, è impossibile non vedere la virata anti-democratica impressa al Paese, è impossibile ignorare l’assurda manifestazione pro-Erdogan andata in scena proprio nel cuore dell’Europa, ed è ancora più impensabile di ieri contemplare un’entrata della Turchia in Ue. Ma, nonostante tutto questo, il Vecchio Continente – Germania in cima –continua pressoché a tacere.

Il patto col diavolo
E tace perché in ballo c’è ancora l’accordo sui migranti, nato già come un mercimonio dei valori e dell’identità europea, svenduta a un sultano impresentabile (ex) amico dei terroristi dell’Isis. E se tutto questo quadro non fosse sufficientemente paradossale, aggiungiamo un particolare: la manifestazione di Colonia è avvenuta proprio lo stesso giorno in cui il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, intervistato dal giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), ha ricordato a Bruxelles che è Ankara ad avere il coltello dalla parte del manico, ingiungendo all’Europa di sbrigarsi a sbloccare i visti per i cittadini turchi. Pena, ovviamente, la riapertura del rubinetto di migranti che Erdogan può regolare a propria discrezione.

La Merkel si gioca la carriera
In questo quadro, si comprenderà perché la stessa Angela Merkel, che quando si parla di bilancio è tanto intransigente, con i partner impresentabili come Erdogan lo è molto meno. D’altronde, se il patto con il sultano andasse in fumo, la Cancelliera rischierebbe in prima persona: non è una novità che la sua politica dell’accoglienza l’abbia messa in seria difficoltà, soprattutto dopo l’ultima ondata di attentati. E se il sultano decidesse di riaprire la rotta balcanica, questa potrebbe essere, per lei, la classica goccia capace di far traboccare il vaso.