19 settembre 2019
Aggiornato 10:30
Dopo il golpe, il nuovo incubo di Washington

Putin «strapperà» la Turchia dalla Nato? Se non fosse per l’Ucraina...

Dopo il golpe turco e gli screzi tra Turchia e Usa, il disgelo tra Ankara e Mosca diventerà un'intesa strategica, nuovo incubo di Washington? Forse. Ma in mezzo rimane la vicinanza turca con Kiev

ANKARA - Sono ancora molte, troppe, le questioni da chiarire dopo il golpe turco. Da chiarire la dinamica dei fatti, sulla quale qualche analista nutre addirittura il dubbio che dietro al colpo di stato si nasconda la mano dello stesso «sultano» Tayyp Recep Erdogan; da verificare le ripercussioni a livello geopolitico globale, con una Turchia membro fondamentale dell'Alleanza atlantica e partner dell'Europa nell'accordo sui migranti (nonchè candidata a entrare nell'Ue). Quanto poi alla politica interna, la piega pericolosa che sta prendendo il Paese è ampiamente dimostrata dalle purghe e dalle epurazioni messe in atto da Erdogan contro i cosiddetti «oppositori».

Il disgelo tra Russia e Turchia
In tale complesso panorama - tutto ancora da dipanare -, c'è anche chi ventila scenari che potrebbero letteralmente sconvolgere l'attuale ordine mondiale: innanzitutto, un riavvicinamento tra Russia e Turchia, anticipato dalla lettera di scuse fatta recapitare dal Presidente turco al capo del Cremlino Vladimir Putin, giunta con un ritardo di diversi mesi rispetto all'abbattimento del jet russo che ha quasi provocato una guerra tra Mosca e Ankara. Una lettera divenuta il simbolo del reset tra Turchia e Russia, e alla quale seguirà un incontro ufficiale tra i due Presidenti programmato per agosto.

Le preoccupazioni di Washington
Il disgelo tra Russia e Turchia è guardato con grande preoccupazione da Washington: e non potrebbe essere altrimenti, visto che Ankara possiede il secondo più grande esercito dell'Alleanza atlantica, e rappresenta una fondamentale propaggine della Nato verso l’Oriente (e la Russia). E un’eventuale alleanza strategica tra Russia e Turchia sarebbe vissuta come un’autentica minaccia dagli Usa. Non è affatto un caso che gli States abbiano fin da subito fatto capire che avrebbero sostenuto il governo democraticamente eletto del pur controverso alleato Erdogan: sempre meglio una Turchia ambigua, ma conosciuta e alleata, piuttosto che un autentico salto nel buio. Eppure, anche con il «sultano» saldamente al potere, non è detto che l’America non rischi di trovarsi una brutta, bruttissima sorpresa. Soprattutto ora che, a causa dei dissidi sull’estradizione di Gulen, i suoi rapporti con l’alleato mediorientale sembrano farsi ogni giorno più difficili.

Cooperazione economica
Del resto, il miglioramento dei rapporti con Mosca è essenziale, per Ankara, dal punto di vista economico. Secondo Asia Times, Erdogan si aspetta che la Russia contribuisca a bloccare la formazione di uno Stato curdo indipendente se in cambio la Turchia diventerà lo snodo per la distribuzione del gas russo. Un’eventualità che garantirebbe il fabbisogno energetico di Ankara, e che comincerebbe a spingerla verso un blocco regionale più ampio, decisamente contrapposto a quello occidentale, e guidato da Russia e Cina. E per l’Occidente, neanche a dirlo, un simile scenario sarebbe un colpo durissimo.

Tra Assad e i curdi
Un ulteriore indizio del fatto che non si tratti di fantapolitica è l’atteggiamento decisamente più conciliante che Erdogan esibisce ultimamente nei confronti di Assad, alleato della Russia, lo stesso che, fino a poco prima, considerava un acerrimo nemico. Del resto – osserva Asia Times – se la Russia placherà i timori della Turchia riguardo alla creazione di un Kurdistan indipendente, «Ankara non avrà la necessità di appoggiare lo Stato Islamico o qualsiasi altro gruppo terroristico in Siria o in Iraq».

Turkexit?
Inutile sottolineare come, per Putin, riuscire a «strappare» la Turchia dalla Nato – quella stessa Nato che continua a provocare temerariamente la Russia a ridosso dei suoi confini – sarebbe un autentico colpo da maestro. Ed è evidente come gli Stati Uniti siano perfettamente consapevoli del pericolo, dal momento che, alle palesi provocazioni del «sultano», oppongono critiche decisamente troppo indecise e balbettanti. Erdogan ha addirittura sospeso le attività della base aerea di Incirlik nei giorni successivi al golpe, impedendo di fatto agli aerei della coalizione di alzarsi al cielo: e nemmeno di fronte a questo la risposta degli Usa è stata all’altezza della sfida. E il motivo è solo uno: Washington sa perfettamente che perdere l’amicizia di Ankara e consegnarla nelle mani di Putin sarebbe a dir poco controproducente.

Quell'«amicizia» di Erdogan con Poroshenko...
C’è da dire, però, che non tutti i segnali depongono a favore della realizzabilità di un'alleanza turco-russa. Perché in realtà Erdogan considera la crescente collaborazione con l’Ucraina di Poroshenko – acerrimo «nemico» di Putin – una risorsa strategica. Ankara e Kiev, oltre alle relazioni economiche (specialmente in merito alla creazione di un’area di libero scambio), stanno sviluppando anche una crescente intesa militare in chiave antirussa. Non si tratta solo dei numerosi accordi militari conclusi; in ballo c’è anche un piano di cooperazione riguardante piani di difesa, addestramento delle truppe e assistenza reciproca per quattro anni. Senza contare la creazione della Flotta interforze di stanza sul Mar Nero discussa all’ultimo summit Nato a Varsavia.

Dalla cooperazione militare... allo jihadismo?
E non è solo una questione economico-militare: di mezzo c’è anche un presunto asse con i terroristi del Caucaso. Secondo l’intelligence della Repubblica popolare di Donetsk (Dnr), il neonazista Dmitry Yarosh – consigliere del ministero della Difesa ucraino – si sarebbe recato a Baghdad con il sostegno statunitense per incontrare alcuni esponenti dello Stato Islamico. Nel 2014, Yarosh aveva chiesto al leader jihadista ceceno Doku Umarov (di cui all’epoca non era stata ufficializzata la morte) di «agire contro la Russia». E, a dispetto dell’apparente normalizzazione dei rapporti con Mosca, Ankara non fa mistero del proprio sostegno, anche militare, all’Ucraina di Poroshenko. Non a caso, è stata segnalata la presenza di istruttori militari e di reparti speciali dell’esercito turco nella regione di Kherson e nella cosiddetta «Zona Ato»: alla luce di ciò, c’è anche chi si interroga sul nesso dell’intesa di Ankara con Kiev e sulla presenza di jihadisti in territorio ucraino. Una situazione decisamente complessa, insomma, dove le variabili in gioco sono evidentemente numerose. Di certo, Washington resta determinata a scongiurare in ogni modo una eventuale «fuga» del sultano dalla Nato nella sfera di influenza russa. Fuga che, per l'Alleanza atlantica, potrebbe costituire l’inizio della fine.