26 ottobre 2021
Aggiornato 00:30
Verso un emirato nel nord del Paese

Siria, l'Isis perde terreno. Ma ora è Al Qaeda che deve farci paura

Nonostante l'Isis in Siria sembri perdere terreno, per il Paese sorge una nuova minaccia: Al Qaeda starebbe cercando di stabilirvi un proprio emirato. Ecco perché l'Occidente non può dormire sonni tranquilli

DAMASCO – La pace per la Siria potrebbe essere un miraggio ancora più irraggiungibile del previsto. Nonostante le rassicurazioni del segretario di Stato americano John Kerry durante l’ultimo vertice di Vienna e nonostante lo Stato islamico sembri perdere terreno, una nuova minaccia sorge per il Paese mediorientale dilaniato da cinque anni di guerra: Al Qaeda. La notizia l’aveva data tra i primi Foreign Policy a inizio maggio, sostenendo che l’organizzazione terroristica assurta all’onore delle cronache dopo l’11 settembre aveva deciso di stabilire un emirato nel nord del Paese. La conferma è quindi giunta dal New York Times, secondo cui la leadership di Al Qaeda in Pakistan, brutalmente fiaccata dopo un decennio di bombardamenti, avrebbe deciso che il futuro dell’organizzazione risieda proprio in Siria, e avrebbe già mandato più di una dozzina di propri veterani nel Paese.

Le nuove mire di Al Qaeda in Siria
Il New York Times cita in particolare ex ufficiali di intelligence e antiterrorismo americani ed europei, convinti che le mire di Al Qaeda da un lato riflettano la crescente importanza strategica della Siria per l’organizzazione terroristica, dall’altro adombrino una sempre maggiore rivalità con lo Stato islamico. Il progetto di stabilire un emirato nel nord della Siria, in particolare, sarebbe realizzabile grazie all’affiliato per eccellenza di Al Qaeda nel Paese, il Fronte al Nusra, che si è ufficialmente «separato» dall’Isis nel 2013. Un piano che rappresenterebbe un significativo cambio di strategia per Al Qaeda, che, a differenza dello Stato islamico, ha esitato a lungo a crearsi un’entità territoriale di riferimento.

Un cambio di strategia
In effetti, fino ad ora al Nusra in Siria era solita stringere alleanze con altri gruppi ribelli – non soltanto islamici – e mantenere buoni rapporti con le popolazioni locali in modo da conquistarsi un’ampia base di sostegno. Non a caso, all’estero l’organizzazione è spesso stata vista come meno estremista e meno pericolosa rispetto a Daesh, che invece, con la proclamazione del Califfato, si è arrogato una forma di potere assoluto sui territori controllati. Ma con un emirato nelle sue mani, Al Qaeda e la sua costola siriana diventerebbero una seria minaccia anche per l’Occidente. Da un lato perché l'organizzazione ridurrebbe significativamente la sua distanza dall’Europa – eventuale obiettivo di attacchi terroristici –, dall’altro perché avrebbe più facilità a reclutare uomini in Iraq,Turchia, Giordania e Libano.

Emirato vs Califfato
Secondo il New York Times, Al Qaeda avrebbe già posto le basi per la realizzazione del suo progetto. Il capo dell’organizzazione, Ayman al Zawahiri, avrebbe infatti diffuso un messaggio per autorizzare l’operazione, e alcune figure di spicco come l’ex colonnello egiziano Saif al Adl avrebbero già raggiunto la Siria per metterla in pratica. Non solo parole, dunque, ma fatti. Certo, un emirato è comunque diverso da un «califfato»:  perché in teoria, a differenza di quest’ultimo, non ha la pretesa di essere l’unico governo legittimo di tutti i musulmani. Ad ogni modo, potrebbe avere letali ripercussioni sullo scenario siriano: perché il Fronte al Nusra, da anni, è la forza più strutturata tra i ribelli che lottano contro Assad, e la creazione di un emirato nelle sue mani rinfocolerebbe il già sanguinoso conflitto.

L'influenza di al Nusra in Siria
In effetti, molti ribelli hanno dovuto accettare una alleanza strategica con i jihadisti per avere delle chance di opporsi all’esercito governativo. Ma non appena la pressione militare è scemata grazie al cessate il fuoco, molti gruppi locali, oltre alla stessa popolazione, hanno ripreso le distanze da al Nusra, e sono addirittura scesi in piazza a manifestare contro i jihadisti. Il Fronte si trova dunque in un momento molto delicato: sa che, per affermare la propria supremazia, deve aumentare le ostilità. Anche per questo ha lanciato la sua offensiva a Sud di Aleppo, e si è impegnato a far saltare la tregua. E per la sua «organizzazione» madre, Al Qaeda, l’occasione è ghiotta per avvicinarsi al proprio obiettivo ultimo, quello che ha da sempre condiviso con l’Isis, pur perseguendolo con strategie diverse: la creazione di un vero e proprio stato islamico. Daesh ha imposto da subito una forma di controllo e di conquista territoriale; al Nusra ha cercato, invece, di diffondere progressivamente la propria influenza sulle aree che voleva controllare, e ha puntato ad ottenere la «leadership morale» nella lotta contro Assad.  

Ecco perché la minaccia non è da sottovalutare
Alla lunga lo Stato islamico ha finito, anche per la sua scaltrezza mediatica, per eclissare Al Qaeda, che peraltro  ha perso molti dei suoi leader nei bombardamenti americani. Anche come numero di combattenti il confronto non sembra reggere: l’Isis vanta tra i 19.000 e 25.000 uomini tra Siria e Iraq, al Nusra ne ha tra i 5 e i 10.000, e solo in Siria. Tuttavia, l’Occidente non deve cadere nell’errore di sottovalutare il revival di Al Qaeda in Siria, e non solo perché tornerebbe ad essere un probabile target degli attentati anche di questa organizzazione. Soprattutto, perché la fondazione di un emirato jihadista distruggerebbe l’idea che esista un’opposizione moderata siriana con cui trattare, ponendo un nuovo, grande ostacolo sulla strada dei già difficili negoziati in corso. Con un emirato qaedista in Siria, in pratica, la pace diventerebbe ancora più lontana.