18 ottobre 2019
Aggiornato 05:30
Nuova gatta da pelare per l'Ue, a pochi mesi dal voto sulla Brexit

Il «no» dell'Olanda a Kiev fa tremare Bruxelles (e gongolare Putin)

Nuova pessima notizia che si aggiunge all'interminabile lista delle preoccupazioni di Bruxelles: gli olandesi hanno detto «no», tramite referendum, al trattato di associazione Ue-Ucraina. Che era, innanzitutto, un test sull'Europa, a pochi mesi dal voto sulla Brexit...

L'AJA - Da ieri, si è aggiunto un nuovo tassello nella tremenda e multisfaccettata crisi che sta vivendo ormai da tempo l'Unione europea, nonché un ulteriore punto nella sua lunga lista di problemi e di motivi di preoccupazione. L'ultima a «ribellarsi» al giogo di Bruxelles, anticipando di qualche mese il temutissimo appuntamento britannico, è stata l'Olanda. Che ieri, in un referendum in cui i cittadini dovevano esprimersi sul trattato di associazione Ue-Ucraina, ha apertamente sfidato l'Europa. Il «no» ha vinto con il 64% dei voti, in una consultazione il cui risultato è stato a lungo incerto e tutt'altro che scontato. Jean-Claude Juncker, in proposito, ha già usato toni drammatici, paventando un «rischio su scala continentale». Ma andiamo per ordine.

Perché si votava?
Il referendum in questione, pur non essendo vincolante, aveva un alto valore simbolico, e per due ragioni. In primis, perché riguardava, di fatto, i rapporti dell'Europa con Kiev, e quindi, indirettamente, le relazioni con Mosca - l'"acerrima nemica» dell'Ucraina -. La seconda ragione è che, più alla lontana ma in modo incontrovertibile, gli olandesi erano chiamati ad esprimersi sull'Unione europea, e a legittimarne o bocciarne le ben note funzioni decisionali e di controllo sovranazionale. 

Un voto contro Kiev
Quanto al primo punto, non è certo privo di importanza. L'accordo di associazione tra Ue e Ucraina, che risale al 2014, fu di fatto il casus belli della rivolta ucraina contro l’allora presidente Yanukovich, rivolta che diede inizio alla crisi con Mosca. Yanukovich, infatti, si rifiutò, nel 2013, di firmare quell'accordo con l'Ue, e da lì è partito il movimento di Maidan. Il trattato, a livello economico, è entrato in vigore lo scorso gennaio, ed è stato ratificato da tutti i 28 Stati membre, eccezion fatta per L'Aja. In Olanda, infatti, il governo e il parlamento hanno da tempo dato l'ok, ma, con l’entrata in vigore di una nuova legge che consente la convocazione di referendum previa raccolta di almeno 300mila firme, alcuni movimenti euroscettici si sono opposti alla ratifica. E hanno chiamato a raccolta i cittadini facendo leva sui sentimenti anti-Ue, ma anche sullo spauracchio di una potenziale entrata dell'Ucraina nell'Ue. Alla fine, gli euroscettici hanno vinto, e ora l'Olanda potrebbe vedersi costretta a negoziare con Bruxelles un opt out sull’accordo con l’Ucraina.

Un voto contro Bruxelles
Eppure, i rapporti con Kiev non sono stati, probabilmente, il principale motivo che ha spinto gli olandesi a votare. Al centro del dibattito, più che altro, il ruolo di Bruxelles, la legittimità di quella che è da tempo percepita come una vera e propria «gabbia», che impone ai propri membri le politiche da attuare praticamente ad ogni livello. L'Olanda, peraltro, non è nuova a questo genere di consultazioni. Già nel 2005 gli olandesi furono chiamati ad esprimersi sul nuovo Trattato costituzionale Ue, che venne sonoramente bocciato. E oggi c'è stato chi ha ammesso che l'unica ragione del suo «no» è stata l'intenzione di esprimersi contro Bruxelles. Il Manifesto riporta la testimonianza dello scrittore Arjan van Dixhoorn, presidente del comitato per il No: «Non ci importa nulla dell’Ucraina. Un referendum sull’adesione alla Ue non è ancora possibile, allora sfruttiamo ogni occasione per aumentare la tensione tra l’Unione europea e l’Olanda».

I 4 motivi per cui questo referendum è tanto significativo
E sebbene il governo dell'Aja abbia inizialmente cercato di minimizzare l'importanza del referendum, a Bruxelles si respira aria di grande preoccupazione. Ha ragione Juncker a tremare, e almeno per tre motivi. Il primo è che, in un periodo in cui i movimenti euroscettici si moltiplicano e vanno per la maggiore, il rischio di contagio è altissimo. Il secondo è che questo referendum anticipa di soli due mesi quello sull'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. E Nigel Farage, leader dell’Ukip - principale partito euroscettico britannico -, lunedì ad Amsterdam ha sottolineato che una vittoria del «no» avrebbe inviato «un messaggio forte all’elettorato britannico, dicendo che non siamo soli a dire che la Ue ha preso una direzione fondamentalmente negativa». Il terzo motivo è che questo segnale arriva simbolicamente dal Paese che attualmente detiene la presidenza di turno dell'Ue. Aggiungiamo alla lista anche un quarto motivo: il «no» all'Ucraina può essere sì letto come un «no» a Bruxelles, ma anche come un'importante a Putin, che arriva direttamente dal cuore dell'Europa. Mosca, infatti, da questo voto può ricevere un segnale a sua volta importante: l'Ue l'avrà pure messa in castigo, ma una fetta sempre più larga della popolazione europea non sembra essere d'accordo con la decisione presa dai «piani alti». Piani che, ormai, temono sempre di più di franare fragorosamente sotto i colpi di un autentico «terremoto» che arriva dal basso...