17 giugno 2019
Aggiornato 07:00
Dopo le ultime decisioni di Belgio, Austria, Ungheria e Slovenia

Migranti, l'Europa del «fai-da-te» si fa beffe dell'Italia e della Grecia

Le ultime decisioni prese unilateralmente da Belgio, Austria, Ungheria e Slovenia, con la chiusura delle frontiere e l'annuncio di un referendum sulle quote, rimettono Italia e Grecia nell'occhio del ciclone. E dimostrano come l'Ue abbia ormai imboccato una strada senza via d'uscita

BRUXELLES - Un puzzle scomposto, dove non si percepisce più nemmeno l'immagine di sfondo. Questa è l'Europa che ci troviamo davanti oggi, notevolmente peggiorata da quando la crisi economica e, ancora di più, la crisi migratoria si sono abbattute sul Vecchio Continente. Ogni settimana, nuove divisioni si aggiungono all'infausto elenco dei cortocircuiti che devastano l'Unione. Negli ultimi giorni, sono stati 3 i motivi di nuova tensione, ancora una volta legati alla crisi migratoria. Innanzitutto, il Belgio si è accodato alla lista dei Paesi che hanno sospeso temporaneamente Schengen, o eretto barriere anti-migranti (dopo Francia, Austria, Germania, Svezia, Norvegia e Danimarca). Inoltre, il vertice Austria-Balcani ha stabilito di limitare gli ingressi giornalieri di profughi provenienti dalla Grecia. Infine, l'Ungheria e la Slovenia hanno annunciato un referendum sul piano di redistribuzione per quote dei migranti.

Il Belgio chiude le porte
La decisione del Belgio è dovuta allo sgombero - ordinato dalle autorità francesi - del campo profughi di Calais, che ospita fino a 5500 persone bloccate nel loro viaggio verso la Gran Bretagna. La crisi di Calais ha catalizzato l'attenzione dei media all'inizio dell'estate, quando i migranti hanno cominciato a prendere d'assalto l'Eurotunnel per cercare di attraversare la Manica. Ma il ripristino dei controlli alle frontiere inglesi ha impedito loro di passare, facendo di Calais un vero e proprio campo profughi a cielo aperto, dove le condizioni di vita dei profughi sono spesso ai limiti del sopportabile. Così, la prospettiva di un'Europa dove non sarà più possibile circolare liberamente è sempre più vicina. Si allontana, invece, la possibilità che il trattato di Dublino, che obbliga i migranti a fare richiesta d'asilo nel primo Paese sicuro di arrivo, venga rimesso in discussione. Le richieste in questo senso di Italia e Grecia - Paesi di sbarco e dunque decisamente svantaggiati rispetto a quelli nordeuropei - finiranno verosimilmente nel dimenticatoio.

L'accordo tra l'Austria e i Paesi balcanici
Quanto al vertice che ha visto protagonisti l'Austria e 9 Paesi balcanici, anch'esso è particolarmente sintomatico della direzione che, sotto la «spinta» del flusso migratorio, sta prendendo il Vecchio Continente. Perché il 18 febbraio scorso, i responsabili delle polizie di Austria, Croazia, Macedonia, Slovenia e Serbia hanno definito un accordo che prevede una forma unica di registrazione in Macedonia, e nella pratica l’ingresso viene ora consentito solo ai profughi di nazionalità siriana o irachena. I migranti di tutte le altre nazionalità, compresi gli afghani, vengono bloccati. L'antefatto è qualcosa di simile a un «effetto domino»: una serie di decisioni a catena, prese unilateralmente, che hanno portato la Macedonia a negare l'accesso a migliaia di richiedenti asilo. Ma tale accordo peserà notevolmente sulle spalle della Grecia, che oggi teme di diventare un nuovo Libano. Non a caso, Atene ha richiamato il proprio ambasciatore a Vienna, con «il fine di preservare le relazioni amichevoli tra i popoli e gli Stati di Grecia ed Austria»«Non accetterermo azioni unilaterali – ha dichiarato il viceministro per l’Immigrazione greco Ioannis Mouzalas al suo arrivo al consiglio Ue – anche noi possiamo farle. Non accetteremo di diventare il Libano d’Europa e di diventare un magazzino di anime, anche se questo comporta un aumento di fondi». La risposta dell'Austria, però, dimostra come gli Stati europei siano ormai intrappolati in un dialogo tra sordi: perché Vienna ha addossato la colpa alla Grecia, sostenendo che, se Atene controllasse come si deve i suoi confini esterni, non sarebbe necessario intervenire. E non importa se - com'è evidente - è impensabile che i Paesi europei di primo sbarco siano costretti ad accollarsi il peso della crisi; per Vienna, se la Grecia non riesce a controllare le proprie frontiere, è legittimo ricorrere a misure «fai-da-te».

Il referendum sulle quote
E poi ci sono l'Ungheria e la Slovenia, che hanno annunciato un referendum per rimettere in discussione il sistema di redistribuzione dei migranti dai Paesi di primo sbarco (Italia e Grecia). Un sistema che avrebbe dovuto garantire, almeno, un pur limitato e temporaneo meccanismo di solidarietà nei confronti degli Stati dell'Europa del Sud, spesso nell'occhio del ciclone per i continui sbarchi che interessano le loro coste. Paradossale, dunque, il fatto che Italia e Grecia, visibilmente abbandonate a loro stesse, siano però state costrette ad aprire gli hotspot, centri di identificazione dei migranti: paradossale che verso l'Italia si sia aperta una procedura di infrazione per la lentezza nel processo di costruzione dei centri, e che alla Grecia, per lo stesso motivo, si sia indirizzata la minaccia di essere esclusa da Schengen. Perché il rischio, paventato già in passato ma ad oggi sempre più concreto, è che quegli hotspot finiranno per diventare centri di detenzione dei migranti a tempo indeterminato, e che i profughi ospitati siano destinati a rimanere nei due Paesi del Sud Europa, e mai redistribuiti altrove.

La Turchia è l'ultima spiaggia?
Come si vede, questi tre avvenimenti hanno qualcosa in comune: il fatto che saranno Italia e Grecia a pagare le conseguenze delle decisioni unilateralmente prese dai Paesi del Nord. Nel frattempo, l'Europa continua a sperare nell'aiuto (interessato) della Turchia, con la quale è previsto un vertice il 7 marzo. Peccato che - come già abbiamo avuto modo di puntualizzare - difficilmente Erdogan potrà e vorrà mantenere la parola data, bloccando il flusso di migranti al di qua dell'Europa, nemmeno dopo quell'«aiutino» a nove zeri. L'unica concreta opportunità che avrebbe l'Unione di sopravvivere a se stessa di fronte a questa crisi sarebbe la piena collaborazione tra i suoi membri. Ma è una strada che - a giudicare dalle evidenze - difficilmente verrà mai imboccata.