11 aprile 2021
Aggiornato 12:30
La fine di un'era

Tokyo e Seoul mettono una pietra sopra la questione «donne di conforto»

Giappone e Corea del Sud hanno regolato oggi una delle questioni più spinose che continuava ad avvelenare i loro rapporti bilaterali dalla fine dell'occupazione coloniale nipponica della Penisola asiatica: quella delle cosiddette "donne di conforto"

TOKYO - Giappone e Corea del Sud hanno regolato oggi una delle questioni più spinose che continuava ad avvelenare i loro rapporti bilaterali dalla fine dell'occupazione coloniale nipponica della Penisola asiatica: quella delle cosiddette «donne di conforto», cioè le donne - per lo più coreane, ma anche cinesi, filippine, australiane e olandesi - che furono utilizzate come prostitute a favore dell'Esercito imperiale nipponico. Un passaggio, questo, che sarà certamente gradito a Washington, che non apprezzava il fatto che i suoi due alleati regionali, a fronte di un crescente protagonismo cinese, continuassero ad avere relazioni gelide.

Nuova era
Il primo ministro nipponico Shinzo Abe ha usato toni enfatici, parlando di una «nuova era» nei rapporti tra Tokyo e Seoul. L'accordo raggiunto dai due ministri degli Esteri - Fumio Kishida per il Giappone e Yun Byung-se per la Corea del Sud - prevede la consegna di «scuse e pentimento dal profondo del cuore» a firma del capo del governo di Tokyo, un miliardo di yen (8,7 milioni di dollari) di risarcimento per le donne che sono state usate come schiave sessuali durante la seconda guerra mondiale e, da parte di Seoul, la rinuncia a sollevare di nuovo la questione. Yun ha precisato che l'accordo sarà «finale e irreversibile» se il Giappone rispetterà gli impegni che ha assunto.

Questione controversa per decenni
La questione delle cosiddette «donne di conforto» è stata per decenni controversa. Lo stesso termine con cui vengono indicate in Giappone - «ianfu» (donne di conforto, appunto) è un eufemismo. Anche sul loro numero vi sono dati ballerini. Ci sono studiosi che parlano di poche decine di migliaia di donne, altri che arrivano a oltre 350mila. Solitamente si parla di 200mila donne. Tra loro anche giapponesi, oltre che coreane, filippine, cinesi, olandesi e australiane. Non è chiaro, ancora, quante di queste donne siano finite nelle cosiddette «stazioni di conforto» (cioè i bordelli militari) perché assoldate dai tenutari di queste strutture e quante costrette con la violenza a entrare in quel circuito. Ancor più discussa era, fino a oggi, la questione del coinvolgimento ufficiale dell'armata imperiale nella formazione e gestione del sistema. Quest'ultimo tema sembra essere stato sciolto dal ministro Kishida oggi: «La questione delle donne di conforto...è avvenuta con il coinvolgimento delle forze militari giapponesi...e il governo giapponese ne sente fortemente la responsabilità». Fino a oggi la posizione ufficiale del governo Abe era ferma alla risposta data dal premier nel 2007, quando era alla sua prima esperienza da capo del governo: «Non v'è prova che vi sia stata alcuna coercizione».

Testimonianze drammatiche
Di certo molte testimonianze delle sopravvissute parlano di trattamenti bestiali, torture e stupri sistematici subiti da queste donne durante la loro permanenza nelle «stazioni di conforto». Questo, nonostante il fatto che l'orginaria scusa con la quale venne istituito il circuito delle stazioni di conforto annesse alle strutture militari fosse quello di evitare che i soldati stuprassero le donne nei Paesi occupati, suscitando così l'ostilità delle popolazioni locali. Il sistema fu istituito dalle forze giapponesi a Shanghai nei primi anni '30 e, in origine, le donne erano volontarie allettate dai tenutari. Con l'espansione coloniale, però, le donne divennero insufficienti e fu a quel punto che non si andò più tanto per il sottile. La gran parte delle donne non sopravvisse all'esperienza. E le sopravvissute furono, nel dopoguerra, messe a tacere dal senso di vergogna e dalle vicende dolorose che gli stessi Paesi d'origine dovettero attraversare. Per decenni della loro sorte non si parlò. Solo nei primi anni '80 la loro storia venne raccontata e iniziarono le rivendicazioni. Nel 1993 l'allora capo di gabinetto - praticamente il portavoce del governo - Yohei Kono fece una dichiarazione nella quale ammise che «in molti casi» ci fu coercizione e il coinvolgimento «diretto e indiretto» delle forze armate imperiali. Questa presa posizione è tuttora contestata veementemente da politici nazionalisti e storici negazionisti.

Risarcimenti
Per quanto riguarda i risarcimenti per le ormai poche sopravvissute, Tokyo ha in passato affermato di ritenere la questione chiusa con le riparazioni di guerra date alla fine del conflitto. Nel caso della Corea del Sud, si tratta di 800 milioni di dollari più un prestito pluriennale. L'unico primo ministro socialista che abbia avuto Tokyo, Tomiichi Murayama, nel 1994, fece costituire un fondo - che però non aveva i crismi dell'ufficialità - che fino al 2007 erogò risarcimenti di alcune decine di migliaia di dollari ad alcune delle ex donne di conforto. La gran parte delle sopravvissute, soprattuto le coreane, rifiutò in assenza di una chiara assunzione di responsabilità e di scuse ufficiali. L'accordo di oggi potrebbe così chiudere una pagina dolorosa e irrisolta della seconda guerra mondiale. «Siamo stati in grado di raggiungere una soluzione finale e irreversibile nell'anno che segna il 70mo anniverrsario», ha detto Abe parlando alla televisione pubblica Nhk. «Non possiamo costringere i nostri figli, nipoti e figli delle future generazioni a sopportare il peso di dover loro scusarsi».

(Con fonte Askanews)